January 10, 2014 / 9:10 AM / in 6 years

REPORTAGE / La Capitale dei rifiuti, senza discariche, si prepara ad alzare le tariffe

di Massimiliano Di Giorgio

Malagrotta, Roma: rifiuti indifferenziati all'interno dell'impianto Tmb (trattamento meccanico biologico), prima di essere trattati e avviati poi a discarica. La foto è dell'11 dicembre 2013. REUTERS/stringer

ROMA (Reuters) - Dopo aver chiuso tre mesi fa la più grande discarica d’Europa, quella di Malagrotta, Roma potrebbe essere costretta a esportare per diversi anni i suoi scarti in altre regioni italiane o all’estero, o addirittura per sempre, perché non trova spazi dove depositarli.

Intanto, la Capitale è praticamente ostaggio della società proprietaria dell’ex discarica, il cui presidente è stato arrestato proprio oggi per traffico di rifiuti. Il Consorzio laziale rifiuti (Colari) gestisce lo smaltimento di metà dei rifiuti romani e rivendica “almeno un anno di budget” di crediti dal Comune.

E mentre negli ultimi sei anni la tariffa per i rifiuti pagata dai romani, una delle più alte d’Italia, è cresciuta di circa il 45%, per il 2014 l’aumento potrebbe essere di un altro 5%, ha detto una fonte dell’Ama a conoscenza diretta del dossier.

UN SISTEMA FRAGILE

In un trentennio, la mega-discarica di 152 ettari ha ingoiato oltre 30 milioni di tonnellate di rifiuti, secondo Mauro Zagaroli, il direttore tecnico di Colari, a cui fanno capo numerose società. Dopo diversi rinvii, il primo ottobre Malagrotta ha fermato davvero i battenti, tra le manifestazioni di giubilo degli abitanti dei quartieri vicini.

Nel 2012, complice anche la crisi economica, i rifiuti prodotti dai romani sono diminuiti a 1,754 milioni di tonnellate da 1,834 milioni nel 2010.

Oggi sono 3.500 le tonnellate di rifiuti prodotte giornalmente da Roma e trattate da sei impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb). Una parte dell’immondizia trattata diventa combustibile solido secondario (Css), chiamato anche combustibile da rifiuti (Cdr), e viene trasportato, dietro pagamento, in alcuni termovalorizzatori del Lazio, del Nord Italia e della Spagna.

Un termovalorizzatore è un inceneritore che produce energia elettrica o calore, e che gode per legge di un incentivo tariffario, perché assimilato a una fonte energetica rinnovabile.

Ma la metà almeno dei rifiuti indifferenziati è invece inutilizzabile e la Capitale non dispone, per il momento, di siti dove interrarli. Per questo, gli scarti finiscono nel Nord Italia, in Emilia e Piemonte ma anche in Abruzzo.

“Per ora il sistema è stabile, anche se un po’ fragile”, ammette l’assessore comunale all’Ambiente Estella Marino, che ha anche la competenza sui rifiuti. “E’ una soluzione temporanea. Il bando dell’Azienda municipale ambiente (Ama) per il trattamento rifiuti dura un anno e si può estendere a due. Ci vorranno un paio d’anni, per uscire dal rischio-crisi”.

“Roma deve mettere in atto un processo per trovare uno o più siti nella provincia. Ma più aumentiamo la raccolta differenziata dei rifiuti, più diminuisce l’uso delle discariche. Anche se una piccola parte di conferimento in discarica ci sarà sempre”, spiega ancora Marino, un’ingegnere ambientale.

Con la chiusura di Malagrotta, però, certifica l’assessore, il costo a tonnellata per lo smaltimento dei rifiuti è passato da 67 a 115 euro circa.

Durante le feste di fine anno, poi, la Capitale ha già vissuto una piccola emergenza-rifiuti, con cumuli di immondizia lasciati accanto ai cassonetti in diversi quartieri, a causa del rallentamento nella raccolta e della chiusura nei giorni festivi nei centri di trattamento dei rifiuti.

Ora, passata l’emergenza, il Campidoglio ha annunciato che punta a un nuovo piano “rifiuti zero”, i cui dettagli saranno messi a punto nelle prossime settimane.

SI FA PRESTO A DIRE DIFFERENZIATA

Il “Piano per Roma”, firmato nel 2012 dall’ex sindaco Gianni Alemanno e dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini per far fronte alla chiusura di Malagrotta, prevede che la raccolta differenziata arrivi al 50% a fine 2014 e al 65% nel 2016.

Ma nell’agosto 2013, secondo Ama, la quota era arrivata solo al 31% dal 25,7% di fine 2012 e dal 17,1% del 2007.

“I cassonetti stracolmi spesso contengono materiale che non c’entra nulla con quello che dovrebbe essere introdotto”, dice Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente.

“Riceviamo numerose foto da varie zone di Roma, che documentano mucchi di rifiuti abbandonati fuori dai cassonetti, perché i camion della raccolta non passano regolarmente”.

L’obiettivo del “Piano per Roma” è di arrivare a un milione di cittadini serviti dal porta-a-porta, rispetto agli attuali 550.000. Secondo l’Ama, estenderlo a tutti gli abitanti, che sono circa 2,65 milioni, sarebbe troppo oneroso. Per gli altri, la parola d’ordine è “sistema stradale di prossimità”, con raccoglitori stradali distinti.

In realtà, però, a Roma oggi esistono cinque diversi metodi di raccolta differenziata, tenendo conto anche dei cassonetti stradali dove gettare plastica, metallo e vetro insieme (carta a parte), delle campane soltanto per il vetro o i camioncini che in certi giorni della settimana aspettano i cittadini con i loro sacchetti di “umido”.

Per Walter Ganapini, considerato uno dei massimi esperti di rifiuti in Italia ed ex presidente dell’Ama, “per risolvere la situazione a arrivare a percentuali dell’80% basterebbe applicare per tre mesi la raccolta differenziata “spinta”. Ogni diversivo astruso serve a far fallire la raccolta e ad aumentarne i costi”.

Negli anni passati in effetti il costo della differenziata è aumentato molto più delle percentuali di raccolta. Tra il 2003 e il 2012, secondo il rapporto annuale dell’Agenzia comunale per la qualità dei servizi a Roma, i costi previsti e finanziati in tariffa per lo sviluppo delle “raccolte differenziate” sono moltiplicati di quattro volte e mezzo, arrivando a 90 milioni di euro, secondo il piano di previsione Ama 2012, mentre “nello stesso periodo la quantità in peso di raccolta differenziata è poco più che raddoppiata”.

UNA MONTAGNA DI SCARTI

In base al già citato “Piano per Roma”, gli scarti trattati, da collocare in discarica, dovranno ridursi entro la fine del 2016 al 20%. Nel 2012, secondo il rapporto sulla qualità dei servizi, erano il 60%, sommando quelli prodotti dagli impianti Tmb e quelli derivati dal riciclaggio dei materiali raccolti con la differenziata.

Per i tecnici del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti affinché il sistema funzioni a regime, Roma dovrebbe raggiungere un livello medio di raccolta differenziata almeno del 46%-47%. Con quelle percentuali, secondo il Consorzio nazionale imballaggi (Conai), Roma otterrebbe almeno 20 milioni di euro di corrispettivi per imballaggi di buona qualità raccolti, rispetto ai 3,365 milioni di euro ottenuti nel 2012.

Una svolta importante sarebbe quella di potenziare la raccolta del cosiddetto “umido”, che secondo varie stime rappresenta il 40% dei rifiuti prodotti, e da cui si può ricavare compost, un fertilizzante, ma anche biogas o bioetanolo. Ma l’Ama dispone di un solo impianto di compostaggio, a Maccarese, che lavora a ritmo ridotto ed è saturo. Per questo, l’azienda è costretta a trasferisce gran parte dell’umido raccolto in impianti privati.

Oggi gli scarti dei soli impianti Tmb rappresentano ancora oltre il 40%, secondo le percentuali ottenute da Reuters negli impianti Ama e Colari.

Ma secondo l’analisi dell’Agenzia per la qualità dei servizi, è proprio il modello dei Tmb, voluto dalla Regione Lazio per produrre Css e alimentare così i termovalorizzatori, che comporta percentuali di scorie così alte. L’alternativa più economica e ambientalmente sostenibile, sostiene il rapporto, sarebbe quella di massimizzare la raccolta differenziata, sopratutto quella dell’umido, e bruciare poi soltanto la “frazione secca” dei rifiuti indifferenziati. Possibilità che però la normativa regionale vieta.

Il rapporto cita a sostegno anche una segnalazione dell’Antitrust secondo cui “la scelta regionale del trattamento Tmb dei rifiuti indifferenziati (è) di per sé una soluzione che disincentiva la raccolta differenziata e incentiva il ricorso alla discarica”.

“Il sottoutilizzo degli impianti e la produzione al di sotto degli standard efficienti di frazioni secche e combustibile da rifiuti, vanno nella stessa direzione, incrementando smaltimento in discarica a scapito dell’incenerimento con recupero energetico”.

SENZA DISCARICA

Tutte queste scorie andrebbero conferite in una o più discariche di servizio a Roma o in provincia, che però al momento non ci sono.

Gli ultimi due siti individuati dal commissariato straordinario come discariche temporanee, Falcognana, nel Comune di Roma, e Cupinoro, vicino al Lago di Bracciano, sono al centro di contestazioni da parte dei residenti, e perfino del ministero dei Beni culturali - è il caso di Falcognana, che in realtà opera già come discarica per rifiuti speciali - e il Campidoglio non è stato per ora autorizzato a utilizzarli. Anche se il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando potrebbe firmare l’autorizzazione, almeno per Falcognana, in caso di emergenze, riferisce una fonte del ministero.

“Abbiamo avuto solo porte sbattute in faccia dai comuni della provincia di Roma, alla richiesta di siti per discariche di servizio, e sul territorio della Capitale, a parte qualche cava, non c’è proprio spazio”, dice a Reuters una fonte del Commissariato straordinario all’emergenza rifiuti.

Negli ultimi tre anni, praticamente tutti i siti di Roma e provincia in cui i tecnici avevano anche solo ipotizzato di utilizzare in via temporanea - come quello a qualche chilometro in linea d’aria da Villa Adriana a Tivoli, contro cui si è mobilitato perfino l’Unesco - sono stati al centro di proteste popolari, ricorsi e denunce alla magistratura.

QUI UNA VOLTA ERANO TUTTI RIFIUTI

Le discariche fanno paura e l’incubo di una nuova Malagrotta, con la puzza di rifiuti macerati avvertibile a chilometri di distanza, ha turbato per anni i sonni dei comitati cittadini di molte località di Roma e della provincia.

Oggi la ex cava, da cui negli anni 50 furono tratti i materiali per la costruzione dell’aeroporto di Fiumicino e che nel 1984 è diventata ufficialmente la discarica della Capitale, è un’area costellata di impianti e di “colline” alte fino a 80 metri, che sono in realtà cumuli di rifiuti depositati negli anni, coperti di argilla o da teloni, da uno strato ghiaioso e da terriccio.

Camminando per le strade sterrate, l’odore è ancora pungente, anche se i cumuli di rifiuti smossi dai trattori e sorvolati da stormi di gabbiani, l’immagine abituale della mega-discarica, non ci sono più.

Qui per decine d’anni sono stati gettati infatti rifiuti “tal-quale”, cioè non sottoposti a trattamento meccanico-biologico, come impone la normativa comunitaria. E proprio per questo Malagrotta, insieme a un centinaio di altre discariche, è stata causa di una procedura d’infrazione contro l’Italia. Da aprile 2013 fino alla chiusura, però, proprio per cercare di evitare le sanzioni europee, i rifiuti finiti nella mega-discarica sono stati trattati negli impianti Tmb.

Tra 30 anni, se tutto andrà per il verso giusto, Malagrotta diventerà un parco, e le colline saranno ricoperte da 340.000 alberi, grazie anche ai soldi pagati per anni dai romani in bolletta.

Ma per ora, e per i prossimi 10-15 anni, grazie ai liquidi prodotti dai rifiuti, la ex discarica è un giacimento di biogas, che serve a produrre in parte metano e in parte energia elettrica, utilizzati per far funzionare i veicoli e gli impianti del sito. E’ quella del biogas, la puzza che si avverte.

Proprio a causa dei liquidi colati dai rifiuti - il cosiddetto percolato - su Malagrotta resta però aperta un’inchiesta della Procura di Roma per il presunto inquinamento della falda acquifera, che comunque sarebbe stato provocato, secondo i magistrati, anche da altri impianti industriali della zona, tra cui una ex raffineria.

Ma anche se la discarica ha chiuso, Malagrotta è più viva che mai. Ospita due enormi impianti Tmb che trattano circa la metà dei rifiuti prodotti da Roma, ed è un via vai di autocompattatori che scaricano immondizie e camion carichi di Cdr, balle di plastica e alluminio recuperato.

C’è anche un enorme gassificatore che potrebbe riaprire tra due anni, dopo essere stato bloccato a fine 2010 perché non rispettava alcuni parametri di efficienza energetica.

UN IMPERO SUI RIFIUTI

Il patron incontrastato della “città delle industrie ambientali”, come è stato ribattezzato l’impianto della Colari, è Manlio Cerroni, un avvocato di 86 anni che sui rifiuti, da decenni, ha costruito un impero che realizza tecnologie e impianti all’avanguardia per il trattamento, esportati anche all’estero.

Da tempo Cerroni dice che per la Capitale i rifiuti sono una ricchezza, ma finora lo sono stati soprattutto per lui. Anche utilizzando metodi illegali, secondo la procura di Roma, che lo accusa di traffico di rifiuti, frode e truffa per una serie di vicende legate alle tariffe pagate dal Campidoglio per la produzione di Cdr e al tentativo di realizzare una nuova discarica nella zona di Monti dell’Ortaccio.

Per gli inquirenti, Cerroni avrebbe guidato una vera e propria associazione a delinquere composta da imprenditori, funzionari pubblici e politici per gestire la “politica dei rifiuti”.

Dalla Colari non è stato possibile avere un commento.

Una fonte di Ama, commentando la notizia dell’arresto ai domiciliari di Cerroni e altre sei persone, suoi collaboratori o soci, dice che “potrebbe comportare qualche problema per Roma”, come il rallentamento del trattamento dei rifiuti o del trasporto in discarica.

“Da Roma Cerroni ha avuto molto e ora vuole ridare indietro quel che ha avuto”, spiegava qualche settimana fa a Reuters un dirigente del Colari a lui vicino, spiegando che è per questo motivo che Cerroni accetterebbe di pagare circa 40 euro in più a tonnellata (145 circa) rispetto alle tariffa ottenuta dalla Regione per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti (103 euro).

“Abbiamo già chiesto l’adeguamento della tariffa”, ha detto il dirigente. “E poi c’è un ritardo di almeno un anno di budget di pagamento da parte del Comune. Fino ad ora non abbiamo reagito, perché l’avvocato ha a cuore Roma, e abbiamo continuato ad avanzare noi i soldi. Ma se ci fossero problemi di liquidità, non potremmo continuare a lavorare gratis”.

In quel caso, si rischierebbe davvero l’emergenza, perché il “sistema fragile” della Capitale andrebbe in crisi, trovandosi all’improvviso con metà dei rifiuti da trattare.

Un dirigente dell’Ama a conoscenza del dossier tende però a sminuire la minaccia: “Colari è un fornitore di servizi e viene trattato come gli altri”.

Intanto, però, secondo una sentenza del tribunale civile, il Campidoglio deve anche a Colari oltre 75 milioni di euro di risarcimento per presunte irregolarità contrattuali relative all’uso della ex discarica. Il Comune ha fatto ricorso in appello.

QUANTO COSTA L’IMMONDIZIA

L’Ama ha un cospicuo debito con i fornitori: al 31 dicembre 2012, secondo i conti forniti dall’azienda, erano quasi 237 milioni, mentre l’esposizione verso le banche ammontava a 593 milioni. Attualmente, secondo un consigliere comunale del partito di maggioranza Pd, Athos De Luca, il debito complessivo sarebbe invece di oltre un miliardo di euro.

L’incasso annuo per il 2013 previsto dall’azienda - il cui nuovo cda è stato nominato oggi - è di poco oltre 650 milioni di euro. Grazie a vari “efficientamenti”, dice il dirigente, l’azienda è riuscita a mantenere la stessa tariffa del 2012, nonostante l’aumento dei costi con la chiusura di Malagrotta.

Ma in realtà un aumento retroattivo scatterà questo mese con il cosiddetto conguaglio: gli utenti dovranno pagare complessivamente 25 milioni di euro in più per coprire i costi delle bollette agevolate concesse alle famiglie meno abbienti. A parte sarà poi da pagare la Tares, cioè 30 centesimi a metro quadro che vanno direttamente allo Stato.

Per il 2014, dice il dirigente, è prevedibile un aumento del 3-5%, mentre l’Ama cerca intanto di ridurre l’evasione sulle bollette, che si aggira sul 10% ed è praticata soprattutto dalle utenze non-domestiche.

Oggi a Roma si paga già una delle tariffe più alte d’Italia, con una media di almeno 378 euro a famiglia, secondo uno studio parlamentare. Sulla tariffa incide molto, secondo l’Agenzia per la qualità dei servizi, il costo dello spazzamento e lavaggio delle strade, più alto della media italiana, anche a causa delle dimensioni di Roma.

Ma la voce del personale, da sola, rappresenta praticamente la metà del budget: 327 milioni nel 2012. I dipendenti dell’azienda sono 7.883, di cui 1.076 autisti di mezzi pesanti, 160 addetti di impianti aziendali, 5.211 operatori “in servizio nelle sedi territoriali” e un migliaio di impiegati.

Troppi, secondo l’ex presidente Ganapini: “basterebbero 3.000 dipendenti, nelle aziende che funzionano la media è solitamente di un dipendente per 1.000 abitanti”.

Tra le grandi città europee, Roma è quella con più personale, ma seconda dopo Parigi nel rapporto tra dipendenti e numero di abitanti, anche se nella città francese su 7.000 addetti (dato 2009) sono 5.000 quelli che svuotano i cassonetti. Sul sito it.reuters.com le notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

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