November 17, 2009 / 12:10 PM / 10 years ago

Vertice sulla fame punta dito contro il "land grabbing"

di Massimiliano Di Giorgio

Un momento del discorso del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, nel corso del vertice Fao di Roma. REUTERS/Alessandra Tarantino/Pool

ROMA (Reuters) - Mentre prosegue anche oggi la sfilata di interventi di molti leader dei paesi in via di sviluppo, al Vertice Mondiale sull’Alimentazione di Roma, emerge la questione del “land grabbing”, dell’accaparramento di terreni agricoli da parte di stati sovrani e grandi aziende nell’ex Terzo Mondo.

Secondo gli esperti di Fao e Ifad e alcuni studi, negli ultimi tre anni il fenomeno ha riguardato 20 milioni di ettari, per un valore, dice l’ong “Grain”, di circa 100 miliardi di dollari.

Per i critici, sono soprattutto Cina, Arabia Saudita e Corea del Sud ad attuare una politica di aggressiva acquisizione di terreni, allo scopo di garantire la propria sicurezza alimentare soprattutto dopo la fiammata dei prezzi del 2007-2008 che ha contribuito ad aumentare il numero delle persone malnutrite nel mondo, che oggi supera il miliardo.

Ma gli attivisti anti-fame denunciano anche l’uso speculativo delle acquisizioni di grandi estensioni di terra agricola, spesso da parte di fondi di investimento, per costuire scorte alimentari da utilizzare poi sul volatile mercato internazionale.

Ieri il vertice ha adottato una dichiarazione di principio contro la fame che non contiene nuovi impegni né destina nuovi fondi

GHEDDAFI E MUGABE

Al vertice di Roma - da cui sono assenti i leader dei grandi paesi industrializzati, con l’eccezione, ieri, del premier Silvio Berlusconi - a sollevare la questione del “land grabbing” in assemblea plenaria sono state soprattutto due figure discusse, ieri il leader libico Muammar Gheddafi e oggi il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe.

Il colonnello ha usato il termine “neo-feudalismo”, spiegando che “i paesi ricchi stanno comprando la terra in Africa. Stanno privando il popolo africano dei suoi diritti. Questo sta per succedere anche in America Latina...” Mugabe se l’è presa con “i nostri nemici neo-colonialisti” che sabotano la sua riforma agraria e ha detto che “lo Zimbabwe non consentirà l’alienazione di terra degli agricoltori indigeni da parte di una nuova classe di aspiranti proprietari importati, perché questo negherebbe la nostra politica delle terra centrata sul popolo e creerebbe nuovi aspri conflitti sulla terra”.

Insomma, i due leader africani, che in molti considerano dittatori, sembrano volersi fare portabandiera di un nuovo movimento “anti-colonialista”, rischiando di oscurare le denunce di ong e organizzazioni dei piccoli agricoltori, che da tempo chiedono di attuare il principio della sovranità alimentare” e di bloccare lo spoglio delle comunità rurali di terreni tradizionalmente usati da tutti.

“CORSA CONTRO IL TEMPO” PER LA FAO

La questione però preoccupa anche le organizzazioni internazionali che si occupano di sicurezza alimentare e povertà, a partire proprio dalla Fao, che oggi, nel corso del vertice, ha fatto il punto insieme all’Ifad sul cosiddetto land grabbing”.

La Fao e le altre agenzie stanno cercando di arrivare alla definizione di un codice di condotta per gli “investimenti internazionali responsabili”, ma è una “corsa contro il tempo”, ha riconosciuto oggi David Hallam, vice direttore dell’organismo delle Nazioni Unite.

“Ci sono preoccupazioni per i piccoli agricoltori, ma anche per i cittadini rurali - ha detto Hallam durante un incontro con la stampa - Quale sarà l’impatto su queste persone?”.

A preoccupare le Nazioni Unite non sono ovviamente tutti gli acquisti di terra coltivabile da parte di soggetti esteri, ma “le grandi acquisizioni su larga scala”, che ancora rappresentano una fetta minore del totale delle transazioni. La Fao, che per anni ha lamentato la mancanza di investimenti nell’Africa sub-sahariana, ora vorrebbe che questo nuovo fenomeno avesse ricadute positive anche per i contadini locali, che insomma non fosse “solo un problema ma una opportunità”, portando strumenti a una parte almeno di quel mezzo miliardo di piccoli agricoltori che popola il mondo.

Anche se, ha detto Jean-Philippe Audinet, dell’Ifad, finora non si è verificato nulla del genere. Le leggi nazionali spesso sembrano soccombere alla forza dei contratti internazionali, e spesso i terreni venduti erano coltivati per consuetudine non dai legali proprietari, ma dagli abitanti dei villaggi, che si vedono di fatto espulsi dall’accesso ai terreni.

“Per noi l’obiettivo è molto chiaro: promuovere l’accesso equo alla terra da parte dei poveri rurali”, ha detto Audinet. Per questo, occorre che le comunità rurali siano invitate ai tavoli di discussione insieme con chi vende e chi compra.

Per arrivare alla definizione del “codice di condotta”, comunque, ci vorrà ancora più un anno, hanno detto Hallam e Audinet, dato che le consultazioni coi vari paesi, le aziende, le organizzazioni civili e gli esperti termineranno non prima dell’estate 2010.

Troppo tardi, fanno notare alcuni critici, segnalando per esempio che solo pochi giorni fa l’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, ha organizzato un vertice con i paesi dell’Africa Orientale proprio per discutere di nuove acquisizioni di terreni.

“Se non riusciremo ad avere un vero consenso, queste linee guida non avranno alcun valore durevole”, ha detto Paul Munro-Faure, capo dell’unità Fao che si occupa proprio delle questioni legate alla gestione dei terreni agricoli. Anche perché la Fao e le altre agenzie, ha ricordato, non hanno “modo di intervenire in questo tipo di accordi tra aziende private e stati sovrani” o anche tra stati e stati.

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