October 1, 2009 / 9:54 AM / 10 years ago

Scheda: il lodo Alfano davanti alla Corte costituzionale

ROMA (Reuters) - Nel 2004 bocciò il lodo Schifani, ora è atteso il suo giudizio sul lodo Alfano. Per la seconda volta in cinque anni la Consulta deve decidere se una legge del Parlamento che assicura al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi la sospensione dai processi penali rispetti la Costituzione.

L’udienza davanti ai 15 giudici della Corte è fissata per il 6 ottobre e la decisione potrebbe arrivare in tempi rapidi. A difendere la legittimità della legge saranno gli avvocati del premier e l’avvocato dello Stato per conto della Presidenza del Consiglio. A chiederne la bocciatura sarà un legale del procuratore della repubblica di Milano, Manlio Minale, che si è costituito come parte.

Dalla decisione dipenderà la ripresa o meno dei processi in cui il premier è imputato a Milano per corruzione dell’avvocato inglese David Mills e per irregolarità nella compravendita dei diritti televisivi Mediaset, e il procedimento presso il gip di Roma dove Berlusconi è indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori eletti all’estero durante la scorsa legislatura. La legge in questione li ha bloccati.

Ma in gioco, secondo la difesa di Berlusconi, ci sono soprattutto le sorti del governo.

COS’E’ IL LODO ALFANO

La legge, che prende il nome dal ministro della Giustizia che l’ha firmata, Angelino Alfano, prevede la sospensione dei processi penali, anche di quelli in corso, nei confronti di presidente della Repubblica, presidente del Senato e della Camera e presidente del Consiglio.

La sospensione non si applica nel caso di reati “funzionali”, ossia commessi dalle quattro cariche nell’esercizio delle loro funzioni.

Lo scudo vale per l’intera durata del mandato, ma non si applica in caso di successiva investitura in altra carica protetta. La sospensione riguarda anche la prescrizione e non preclude al giudice l’acquisizione di prove non rinviabili.

L’imputato potrà rinunciare alla tutela, mentre le altre parti coinvolte nel processo sospeso potranno proseguire la loro azione in sede civile, “con termini ridotti alla metà”.

A differenza del lodo Schifani — varato nel 2003 durante il precedente governo Berlusconi e dichiarato incostituzionale l’anno dopo dalla Consulta — la nuova legge stabilisce una durata limitata dello scudo e consente alle parti civili di esser risarcite.

UN LODO SENZA ARBITRI, MA NAPOLITANO HA DETTO SI’

Quando iniziò questa storia, nel 2003, si pensava ad una legge bipartisan per mettere al riparo il presidente del Consiglio Berlusconi da un’incombente sentenza nel caso Sme durante il semestre di presidenza italiano dell’Unione europea. Da qui il nome “lodo”, che evoca una decisione arbitrale super partes.

Ma la legge proposta dall’allora capogruppo di Forza Italia al Senato, Renato Schifani, ora presidente del Senato, non mise affatto d’accordo maggioranza di centrodestra e opposizione. L’anno dopo fu bocciata dalla Consulta.

Nel luglio 2008, con il nuovo governo Berlusconi, è arrivata una nuova legge sulla sospensione dai processi — ribattezzata “lodo” per inerzia, ma ancora una volta con il voto contrario del centrosinistra — che ha cercato di correggere gli elementi di incostituzionalità rilevati dalla sentenza del 2004.

Il primo a credere che questa operazione sia riuscita è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Attraverso due comunicati del Quirinale, fatto piuttosto inusuale, ha voluto motivare il suo via libera alla legge con il fatto che essa “corrisponde ai rilievi” formulati nella sentenza della Consulta sul lodo Schifani

La Corte costituzionale, ha argomentato il presidente, ha detto che il “sereno svolgimento” delle più alte funzioni pubbliche, come quelle del premier, può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto e che non c’è bisogno di una legge costituzionale per creare uno scudo ai processi.

CONTRO IL LODO: “IL PREMIER NON E’ PIU’ UGUALE DEGLI ALTRI”

La Corte esaminerà tre questioni di legittimità costituzionale sollevate rispettivamente dai giudici di Milano presso i quali erano in corso due processi contro il premier e dal gip di Roma.

In vista dell’udienza del 6 ottobre, le parti hanno depositato le loro memorie.

La procura di Milano rappresentata dal professor Alessandro Pace, sostiene che il lodo è incostituzionale perché viola l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, perché di fatto sarebbe una replica del Lodo Schifani e ribadisce la necessità di una legge di rango costituzionale sull’argomento.

Inoltre è irrazionale, prosegue la memoria di Pace, perché così il premier gode di un “privilegio” che i ministri non hanno e neppure il presidente della Consulta e i governatori regionali, mentre i processi a suo carico si allungano a dismisura contro la “ragionevole durata”.

Pace cita anche un precedente negli Stati Uniti. Nel 1997 la Corte Suprema americana ha dato torto all’allora presidente Bill Clinton, che si difendeva dalle accuse di molestie sessuali verso Paula Jones e chiedeva una sospensione del processo per i suoi impegni di presidente. I giudici dissero di no perché il presunto reato non atteneva alla pubblica funzione di presidente.

A FAVORE DEL LODO: “SE DECADE, PREMIER A RISCHIO DIMISSIONI”

Il primo difensore della legge è il suo primo beneficiario, Silvio Berlusconi. Il Lodo, ha detto all’indomani dell’approvazione del Parlamento, è “il minimo” che una democrazia possa fare quando si è in presenza di magistrati che vogliono “sovvertire” l’esito del voto con una vera e propria persecuzione giudiziaria nei suoi confronti, impedendogli di svolgere correttamente il suo mandato.

Su questa traccia di tipo politico ha lavorato anche l’avvocatura dello Stato, quando nella sua memoria per la Consulta adombra l’ipotesi che Berlusconi possa essere costretto alle dimissioni in caso di bocciatura del lodo.

Certo, le dimissioni sono “un pericolo estremo” - dice l’avvocato dello Stato Glauco Nori nel documento per la Consulta e divulgato dai media - ma anche se non si arriva a tanto “l’eccessiva esposizione” mediatica delle vicende giudiziarie del premier unita alla lentezza della giustizia possono provocare un cortocircuito, danneggiando la funzione di presidente del Consiglio.

Dal canto loro gli avvocati di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Pietro Longo, sostengono che la sospensione dei processi è una necessaria garanzia per l’imputato-premier Berlusconi, che non avrebbe la possibilità di prendere parte alle udienze né il tempo necessario per predisporre la propria difesa.

LA PAROLA AI 15 GIUDICI, DOPO LE POLEMICHE SU CENA CON BERLUSCONI

All’udienza pubblica di martedì 6 ottobre parteciperanno tutti i 15 giudici della Consulta, anche Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano, i due finiti nella bufera dopo una cena, lo scorso maggio, con Berlusconi, Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e i presidenti delle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato.

I due giudici — Mazzella nominato dal Parlamento su indicazione del centrodestra e Napolitano nominato dal Consiglio di Stato — hanno ribadito che non si asterranno, dopo le polemiche sull’inopportunità del loro comportamento, rivendicando il diritto di frequentare chi pare a loro.

Il presidente della Corte Francesco Amirante — che fu il giudice relatore nella causa sul lodo Schifani nel 2004 - ha invitato tutti ad “abbassare i toni”, certo che la Corte, “come ha sempre fatto”, sul lodo Alfano prenderà una decisione “in serenità, con imparzialità e obiettività”.

Relatore della causa sarà il giudice Franco Gallo, nominato dal presidente della Repubblica.

Non esistono scadenze per la sentenza, ma, fanno sapere fonti della Corte, giovedì 8 ottobre cinque giudici sono attesi a Lisbona per un impegno fissato da tempo, pertanto la decisione potrebbe arrivare nel giro di 48 ore.

IN LISTA D’ATTESA C’E’ ANCHE IL REFERENDUM ABROGATIVO

Il critico più acceso del lodo e della decisione di Napolitano di promulgarlo, è stato Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori che, assieme al Prc ha raccolto le firme necessarie per fare un referendum abrogativo della legge,

Le firme — oltre un milione, ha detto Di Pietro — sono state depositate in Corte di Cassazione nel gennaio scorso in attese dell’eventuale via libera che la stessa Corte dovrebbe dare entro metà di dicembre. Spetterebbe poi alla Consulta dare il giudizio finale sull’ammissibilità del quesito con una sentenza da rendere entro il 10 febbraio.

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