July 11, 2009 / 7:53 AM / 10 years ago

G8, gli sfollati nelle tende: per noi non ha significato nulla

di Antonella Cinelli

La preparazione della "foto di famiglia" del G8 REUTERS/Eric Fefferberg/Pool

L’AQUILA (Reuters) - E’ con una certa indifferenza, se non con fastidio, che gli sfollati del sisma abruzzese hanno vissuto i tre giorni del G8 conclusosi ieri a Coppito, alle porte dell’Aquila.

Nella tendopoli di Piazza d’Armi nel centro del capoluogo, che è la più grande dell’Aquilano con oltre mille persone ospitate, il vertice degli Otto Paesi più industrializzati sembrava essere lontanissimo. Qui i problemi sono il caldo, il pensiero del freddo che arriverà a ottobre, la convivenza a volte nella stessa tenda con persone mai viste prima del terremoto del 6 aprile.

“Il G8? Non ci ha toccato proprio”, dice senza ombra d’ironia Vincenzo Visconti, 79 anni, che vive in tenda assieme alla moglie e ai due figli.

“Di giorno nelle tende è caldissimo anche se sono condizionate, e di notte la temperatura scende anche a cinque gradi”, spiega Visconti.

Anche le manifestazioni di protesta contro il G8, del resto, hanno lasciato indifferenti gli sfollati. Ieri nessuno di loro si è unito al corteo no-global da Paganica all’Aquila, che ha toccato quattro tendopoli. C’è stata solo un po’ di curiosità, e qualcuno si è limitato a distribuire ai manifestanti delle bottigliette d’acqua.

DOPO IL VERTICE RESTANO I PROBLEMI

A pochi chilometri da Piazza d’Armi la Scuola sottufficiali della Guardia di Finanza di Coppito ha subito un drastico restyling per ospitare il vertice, e nel giro di un paio di mesi sono state costruite strade ed è stato ampliato l’aeroporto di Preturo. Ma nelle tendopoli la vita scorre più o meno uguale.

Valeria Imbriska, 24 anni, romena, è seduta fuori dalla sua tenda mentre Annadina, la figlia di nemmeno due anni, gioca sul sentierino di ghiaia.

“Stiamo tutto il giorno qui. Dove devo andare? Lavoravo in una pizzeria che è rimasta danneggiata (nel sisma), così ho perso il lavoro”, racconta.

“Del G8 non ci siamo interessati, per noi nelle tendopoli non ha significato nulla. Anzi, ci ha creato problemi: una signora aveva il cesareo programmato, doveva partorire due giorni fa. E’ andata in ospedale e le hanno detto di tornare oggi, perché a causa del vertice potevano occuparsi solo delle urgenze. Ti pare giusto?”.

“So che di noi si parla, ma a che serve? Restiamo nelle tende. Ad aprile faceva freddo - dormivamo con due paia di pantaloni e due maglie addosso - e a ottobre come faremo?”.

Valeria è qui col marito e la piccola Annadina dai giorni immediatamente successivi al sisma. Dividono la tenda con due donne che prima non conoscevano: “Sono diventate delle amiche. Ma ci sono vicini con cui non vogliamo avere nulla a che fare, litigano, urlano...”.

Poi si fa seria guardando la figlia: “Sono felice che ci sia, ma in questa situazione a volte penso che sarebbe stato meglio non averla piuttosto che farla vivere così”.

Gabriel ha 13 anni. Occhiali da vista, cappellino calcato sulla testa, gira in bici per il campo. “Il G8? Mah, non so... Non ci interessa”.

Dice di stare bene a Piazza d’Armi: “Qui ho tanti amici, alcuni li conoscevo già, altri lo sono diventati”. Ma se gli chiedi cosa gli manca di casa abbassa lo sguardo e sussurra: “La mia povera chitarra: è rimasta sotto le macerie”.

LA FRUSTRAZIONE DEI VOLONTARI

Su oltre mille abitanti, Piazza d’Armi ospita più di 130 persone sopra i 65 anni, una trentina di disabili, e oltre 50 bambini sotto i 10 anni, di cui si occupano alcuni dei 160 volontari presenti nel campo.

“Troppo tempo libero non va bene”, spiega Franca Cenesi, insegnante, che qui si inventa attività ricreative per gli abitanti della tendopoli - dal ballo al karaoke - e soprattutto per i bambini.

“I ragazzi hanno voglia di fare. Un paio di giorni fa uno di loro mi ha portato un volantino in cui pubblicizzava un torneo di bici dai 6 ai 14 anni, che ha organizzato di sua iniziativa: ti fanno venire voglia di fare ancora di più”, racconta.

Intanto passa un signore sorridente, la barba bianca: “E’ il falegname del campo, il nostro Geppetto”, spiega Franca. “Ha le mani d’oro. Ha realizzato anche una sella in legno per la bici di una bimba a cui si era rotta”. E lui dice orgoglioso fermandosi solo un momento: “Ho fatto felice una bimba. Si inizia dalle piccole cose...”.

Ma la vita delle tendopoli è dura anche per i volontari, che hanno messo in piedi e gestiscono tutti i servizi - dalle mense al punto informazioni, dal posto medico alla sala Internet al cineforum serale - e curano pulizia e organizzazione del campo.

I turni sono in media di una settimana: “Di più non puoi, è massacrante fisicamente ma anche psicologicamente”, dice un volontario, Brunetto Righi, e cerca di spiegare la frustrazione che si trovano a vivere tutti loro: “Arrivi pensando di fare 100, vai via che c’hai messo l’anima eppure hai l’impressione di aver fatto 5”.

Una delle prime tende sorte a Piazza d’Armi subito dopo il sisma è quella del Pea, il servizio Psicologi emergenza Abruzzo.

“Le persone qui sono forti, non chiedono mai nulla. Siamo noi che andiamo da loro, a parlare, a metterci a disposizione”, dice Isabella Ventura, una delle psicologhe.

“Più che dare un supporto psicologico, puntiamo a fare tutti insieme un percorso di ricostruzione. Certo un po’ di malessere c’è... ma la cosa positiva è che la gente sta recuperando la forza per vedere il futuro. Ed è stupefacente che nessuno dica: ce ne andiamo!”.

Ma alla domanda quando pensa di tornare a casa, Gabriel risponde: “Penso di stare qui ancora due mesi. Poi andremo in Russia da mia nonna. Ci trasferiamo”.

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