12 ottobre 2016 / 15:52 / un anno fa

INTERVISTA - Octo Telematics cresce del 20% e cerca 'exit strategy' per azionisti

ROMA (Reuters) - L‘italiano che ha inventato la telematica per le assicurazioni e che oggi guida il leader mondiale delle black box per i veicoli, ha un tavolo pieno di rinoceronti in miniatura.

Il logo di Octo a Silverstone. REUTERS/HO/Octo

Per il Ceo Fabio Sbianchi rappresentano la tenacia che gli ha consentito di trasformare Octo Telematics da un‘idea che nel 2002 sembrava un po’ strampalata, a un gruppo che oggi ha il 40% del mercato globale e conta di chiudere il 2016 con un fatturato sopra i 300 milioni di euro, in crescita di oltre il 20% annuo.

Octo progetta le black box installate sulle vetture e fornisce alle assicurazioni - oltre 70 sue clienti, ma l‘obiettivo è 100 entro l‘anno e 500 nel 2020 - il flusso di dati su stile di guida del cliente, incidenti e furti, ma anche servizi a flotte commerciali. In quasi la metà dei casi fornisce la scatola nera in comodato, dietro un canone d‘affitto.

A gennaio il management ha ricevuto dal Cda, espressione dei due private equity che sono gli azionisti di riferimento, “il mandato a preparare l‘exit strategy; le direzioni sono quattro: industriale, strategica, finanziaria e l‘Ipo, nessuna di queste è esclusa”, racconta a Reuters Sbianchi. “Dobbiamo essere pronti non a 360 ma a 380 gradi!”.

Lo sbarco in Borsa è solo una delle ‘exit strategy’ possibili. Il creatore della Octo - quasi 300 dipendenti una cinquantina dei quali assunti quest‘anno, uffici a Roma, in Europa, Usa e San Paolo - esclude infatti che sia in programma una Ipo al Nasdaq già nel 2016, come annunciato giovedì da Tamburi Investment Partners, che ha sottoscritto indirettamente un prestito convertibile in una società a monte di Octo.

“Non è vero, ma è divertente”, scherza a proposito dell‘annuncio di Tip. “Stimo molto Tamburi, ma non è nostro azionista. Probabilmente vede in Octo il gioiello della corona che gli manca”.

Quello della telematica assicurativa è un settore in espansione, ed è probabile che un‘ulteriore opportunità di crescita venga dalla diffusione delle ‘driverless car’ in un futuro sempre più prossimo.

L‘Italia è il Paese con la maggiore diffusione al mondo di scatole nere, con il 16% delle auto assicurate ques‘anno.

NESSUNA FRETTA DI USCIRE

Octo nasce nel 2002 a Roma, in due stanze nella famosa via Veneto - “quando parti ti devi dare un contegno” -, e otto anni dopo il controllo passa al fondo Charme di Montezemolo. Poi ad aprile 2014 subentrano la conglomerata Renova Group dell‘oligarca russo Viktor Vekselberg (68,5%) e il private equity Pamplona (26,5%).

Il terzo socio, con il 5%, è costituito da quasi 40 manager. “Li ho convinti tutti, senza sforzo, a investire con me”, spiega Sbianchi.

Dopo avere chiuso il 2015 con ricavi per 243 milioni di euro (erano poco più di 129 nel 2014) “quest‘anno saremo sopra i 300”. L‘utile l‘anno scorso è stato di 42 milioni, 18 nel 2014.

Per questo i due soci principali non hanno fretta di vendere anche se vogliono una strategia per uscire: Octo “è una macchina che funziona perfettamente e può solo crescere. Ora controlla il 40% del mercato” globale, quota che sale al 60% nella fascia ‘independent’, cioè escludendo due grandi compagnie Usa che si fanno in casa le scatole nere.

“Ci finanziamo, siamo cash positive; se fossimo in vendita non avremmo appena fatto un‘acquisizione”, dice il Ceo senza dare dettagli. “Ora stiamo lavorando a tre acquisizioni che riteniamo strategiche per crescere”.

Se poi la soluzione fosse l‘Ipo in un orizzonte breve, non è esclusa la quotazione a Milano: è una piazza con scarsa attitudine alle industrie innovative ma “rappresenta gran parte del nostro mercato, 3,5 milioni di clienti”.

SEMPRE PIU’ GLOBAL

Sbianchi non nasconde però di sognare Wall Street, dove c‘è “chi ha abitudine a investire in questo tipo di asset. Ovvio che sarei felice di andare al Nasdaq: ho costruito un‘azienda da zero, in una ‘industry’ che non esisteva, i primi tre anni non abbiamo fatturato un euro”.

“E’ necessario guardare il business in una dimensione globale quando tra i competitor negli Usa c‘è Verizon che ha investito 3 miliardi, e in Europa il rivale è Vodafone”, spiega il Ceo.

Del resto i soggetti coinvolti a vario titolo in questo business (assicurazioni, provider telematici, case automobilistiche, società attuariali, compagnie tlc) potrebbero col tempo voler estendere i rispettivi campi di intervento oltre le loro attività ‘core’.

“Alla fine verranno fuori una decina di hub telematici worldwide, intorno a grandi nomi. Noi abbiamo l‘ambizione di essere uno di questi”.

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