10 ottobre 2016 / 12:07 / in un anno

Pd, dietro lo scontro sul referendum c'è il controllo del partito

ROMA (Reuters) - In attesa della riunione della direzione del Pd, oggi pomeriggio, lo scontro nel partito di Matteo Renzi, pure già aspro, ha raggiunto una rara intensità, con il premier che nel weekend ha “sparato” sul suo predecessore alla guida del Nazareno, Pier Luigi Bersani.

Schede di un referendum in un'immagine d'archivio. REUTERS/Max Rossi

Ufficialmente, l‘oggetto della polemica è il referendum costituzionale, con Bersani e la minoranza Pd che sembrano ormai decisi a votare no. Ma la questione di fondo è il controllo e il futuro del partito, nonostante i quasi tre anni di leadership di Renzi, che divenne prima segretario del partito nel dicembre 2013 e poi premier a febbraio 2014.

Insomma, è la prosecuzione della famosa battaglia del “nuovo” contro il “vecchio”, o viceversa.

Non a caso, pochi giorni fa Luca Lotti, uno degli esponenti di governo più vicini a Renzi, ha attaccato duramente l‘ex premier Massimo D‘Alema, già nemico numero 1 del Renzi “rottamatore”, e oggi attivissimo sul fronte del no alla riforma voluta dal premier.

Dopo essere stati sostanzialmente messi nell‘angolo per due anni, gli esponenti della minoranza, che nel partito hanno un peso percentuale scarso e sono divisi al loro stesso interno, sembrano aver colto al balzo le difficoltà del segretario, in un momento in cui nei sondaggi il no alla riforma costituzionale sembra prevalere sul sì e gli indecisi sul voto restano tantissimi.

Anche se Renzi non lega più il suo destino personale a quello del referendum e se i suoi alleati escludono elezioni anticipate, è chiaro che una sconfitta alle urne il 4 dicembre per lui sarebbe comunque un colpo molto duro, fino al punto di costargli l‘incarico da premier. Ed è per questo che negli ultimi giorni sono tornati a circolare i nomi di possibili nuovi premier, a partire dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Del resto, nonostante la forte presa di questi anni, per Renzi restano alcuni potenziali punti deboli.

L‘ex sindaco di Firenze ha ereditato un governo, quello con l‘Ncd di Angelino Alfano, nato comunque col sostegno di Bersani, che pure aveva provato inutilmente a ottenere il sostegno del M5s per diventare premier. Soprattutto la pattuglia parlamentare del Pd è composta in grandissima parte da esponenti candidati da Bersani e dai suoi ex alleati, che poi hanno rapidamente giurato fedeltà a Renzi.

Nel partito, Renzi ha come alleati i cosiddetti “Giovani turchi”, un gruppo di ex bersaniani che con Renzi ha stretto fondamentalmente un patto generazionale, e che su alcune questioni (come le politiche sociali) continua a marcare la propria differenza. Ma esistono altri gruppi interni alla stessa maggioranza che si ritrovano attorno a singoli leader, come il ministro della Cultura Dario Franceschini, ex bersaniano.

Gli oppositori di Renzi contano probabilmente su questi elementi per cercare di dare una spallata al vertice Pd entro il prossimo congresso di partito, che Renzi si era detto disponibile ad anticipare al 2017.

Oggi, intanto, i contendenti si misureranno sull‘Italicum, legge che non piace alla minoranza anche perché il meccanismo delle candidature nei collegi darebbe a Renzi il potere di scegliere la gran parte dei parlamentari.

(Massimiliano Di Giorgio)

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