6 aprile 2016 / 15:38 / tra 2 anni

ANALISI - Pensioni, Renzi rilancia tema prima delle elezioni

ROMA (Reuters) - In attesa di valutare se e quando sarà possibile, conti alla mano, introdurre una maggiore flessibilità nell‘uscita dal lavoro, Matteo Renzi lancia nello stagno il sasso degli 80 euro per le pensioni minime.

Matteo Renzi. REUTERS/Alessandro Bianchi

Con le elezioni amministrative alle porte, lo scandalo di Potenza e il sistema bancario in fibrillazione, il premier mostra che il governo pensa ai meno abbienti e ha chiara la necessità di intervenire in materia previdenziale mentre la ripresa stenta a consolidarsi.

La proposta, avanzata ieri nel corso di ‘Matteorisponde’ su Facebook, è stata per il momento accolta con freddezza da altri esponenti di governo vicini alla materia.

Mentre i sindacati reagiscono o con scetticismo, come la Cgil, o ribadendo che è la loro posizione da tempo, come la Cisl.

Il ministro del Welfare, Giuliano Poletti, si limita a dire che la misura deve essere compatibile con i conti pubblici.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e stretto collaboratore di Renzi, Tommaso Nannicini, mostra cautela: “Gli 80 euro alle pensioni minime? È un tema da approfondire. Non è una riforma previdenziale, si tratta di alcuni accorgimenti per il sostegno delle pensioni basse e sarà fatto da qui alla fine della legislatura, il 2018”.

Più netta la reazione del vice ministro dell‘Economia di Scelta Civica, Enrico Zanetti, che parla di “populismo” riportando l‘attenzione sulla necessità di ridurre prima il carico fiscale di chi produce.

La misura, nonostante non sia stata dettagliata, sembra comunque meno onerosa di una uscita flessibile dal lavoro, pur volontaria e con penalizzazioni, rispetto agli ormai oltre 66 anni previsti dalla legge Fornero che fanno da tappo all‘ingresso dei giovani al lavoro in tempi di crisi.

Per introdurre la flessibilità, inoltre, bisognerebbe convincere Bruxelles che l‘aumento del costo nel breve periodo sarebbe compensato nel lungo. L‘Italia ha una spesa previdenziale che viaggia intorno al 16% del Pil e che la Commissione Ue stima ancora nel 2020 al 15,5%, la seconda più alta dell‘area euro dopo la Grecia.

L‘importo per il 2016 della pensione minima, in base ai dati Inps, è di circa 502 euro al mese. Se gli 80 euro venissero corrisposti ai 2,3 milioni di pensionati che, in base ai dati 2014, hanno un reddito pensionistico non superiore al minimo, la spesa annua per lo stato sarebbe di circa 2 miliardi. Superiore nel caso in cui la platea considerasse coloro che hanno un assegno tra 500 e 580 euro e avesse diritto a una parte di integrazione.

Numeri contenuti se confrontati a quelli della proposta da uscita anticipata da parte di Damiano e Baretta (Pd): in pensione con almeno 35 anni di contributi e un importo maturato pari ad almeno 1,5 volte l‘assegno sociale a partire da 62 anni di età con riduzioni del 2% per ogni anno di anticipo, In questo caso le stime Inps indicano un range dagli 8,5 ai 10,6 miliardi qualora venisse ripristinato il sistema delle quote.

C‘è poi la proposta del presidente Inps Tito Boeri che prevede (con almeno 20 anni di contributi e un assegno in inferiore a 1.500 euro mensili) una uscita a partire da 63 anni e sette mesi e una riduzione della parte retributiva dell‘assegno, con una perdita media del 3% annuo.

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