26 febbraio 2016 / 14:17 / 2 anni fa

Egitto, omicidio Regeni mette in luce attacco a libertà università

Manifestazione di protesta contro la morte di Giulio Regeni. REUTERS/Mohamed Abd El Ghany

IL CAIRO (Reuters) - Quando nei giorni scorsi, in Olanda, un collega ha chiesto alla storica Pascale Ghazaleh se volesse inviare un gruppo di studenti in Egitto, la sua risposta è stato un secco “no”.

“Ho detto che non pensavo che dovessimo farlo perché oltre a tutti gli equivoci in cui tradizionalmente si può incappare, bisogna tenere in conto anche le molestie... e puoi anche essere torturato e ammazzato durante la tua ricerca”, ha spiegato Ghazaleh.

L‘omicidio del ricercatore Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio scorso, anniversario della rivolta che ha posto fine al regime trentennale di Hosni Mubarak, ha gelato la comunità accademica in Egitto e anche all‘estero.

Nel paese nordafricano gli studiosi dicono di aver lavorato a lungo sotto la minaccia di venire arrestati o deportati, ma la vicenda raccapricciante della morte di Regeni ha fatto sorgere il timore che la ricerca della conoscenza finirà per essere la vittima del più duro attacco alla libertà nella storia moderna dell‘Egitto.

Il cadavere torturato del 28enne studente della Cambridge University, che stava conducendo una ricerca sull‘ascesa dei sindacati indipendenti dopo la rivolta del 2011, è stato ritrovato sul bordo di un‘autostrada nove giorni dopo.

Le associazioni per i diritti umani dicono che l‘omicidio Regeni porta i segni dei servizi di sicurezza, accusa che però l‘Egitto ha respinto.

Diversi studiosi che lavorano sia in Egitto che all‘estero puntano il dito contro la serie di molestie contro i colleghi che fanno ricerca sulle attività sindacali nel Paese e hanno chiesto un‘inchiesta indipendente, che non escluda a priori il coinvolgimento della polizia o dei servizi di sicurezza.

Le ripetute proteste dei lavoratori negli anni precedenti il 2011 hanno contribuito ad alimentare la richiesta di cambiamento, e la rivolta ha poi dato a un movimento sindacale moribondo un nuovo slancio e una nuova indipendenza. E ha dato al sindacato, sciolto dai suoi legami con le autorità, un ruolo di potenziale innesco per una mobilitazione politica di massa.

“So che numerosi altri universitari, che lavorano su argomenti simili, sono stati arrestati, incarcerati, gli è stato negato l‘ingresso o sono stati costretti a lasciare l‘Egitto”, dice Amy Austin Holmes, professore assistente di sociologia all‘American University del Cairo (Auc).

“Molte persone non se ne rendono conto, perché quando succede gli accademici coinvolti restano in silenzio, sperando che la prossima volta otterranno un visto”.

L‘influente Associazione per gli studi mediorientali ha avvertito i suoi 2.700 membri di riflettere con attenzione sui progetti di lavoro in Egitto, definendo la morte di Regeni “il risultato tragicamente prevedibile” di un aumento delle violenze e della repressione contro i ricercatori.

“Riteniamo che ci siano motivi di seria preoccupazione sulla capacità di chiunque di fare ricerca in modo sicuro”, ha scritto l‘associazione in un messaggio ai membri.

E mercoledì scorso, facendo eco a quel messaggio, l‘Auc ha chiesto all‘università di proteggere il diritto della comunità dei ricercatori a lavorare in modo libero e sicuro.

I professori dicono che ora sono di fronte a un dilemma: devono sospendere le attività di ricerca su temi sensibili o andare avanti, nonostante i rischi?

“Dobbiamo essere chiari su cosa fare. Possiamo fare ricerca o devo censurare i miei studenti? E’ una questione molto seria sia per gli egiziani che per gli stranieri”, dice Hanan Sabea, professore associato di antropologia all‘Auc.

IL GIRO DI VITE SI AGGRAVA

In Egitto, prima del 2011, studiosi e ricercatori erano sottoposti a pressioni, ma a loro avviso negli ultimi due anni le cose sono peggiorate.

Le associazioni per i diritti umani accusano il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi di abusi diffusi, ma l‘esecutivo nega le accuse.

Già capo delle forze armate, Sisi ha deposto il presidente Mohamed Mursi, esponente dei Fratelli Musulmani, nel 2013, dopo una serie di proteste di massa contro il suo governo. Le forze di sicurezza uccisero centinaia di sostenitori di Mursi e ne incarcerarono a migliaia. Poi toccò agli attivisti laici.

Anche le organizzazioni non governative sono state costrette a chiudere i battenti, in quello che per i critici è stato un tentativo di cancellare le libertà ottenute con la rivolta del 2011.

Philip Rizk, che ha la doppia cittadinanza egiziana e tedesca, arrestato nel corso di una manifestazione di protesta a sostegno di Gaza nel 2009, ha detto di essere stato bendato e interrogato per quattro giorni, ma alla fine è stato rilasciato senza conseguenze e gli è stato consentito di riprendere gli studi di laurea. Ma con le nuove regole applicate dal 2014, agli studenti è vietata qualsiasi attività politica o comunque di parte nelle università statali. Ora poi è il presidente ad approvare le nomine nelle istituzioni, escludendo gli studiosi che non sostengono la sua linea politica.

Anche gli studiosi che lavorano per enti privati sono sottoposti a pressioni.

Emad Shahin, uno stimato docente universitario e professore di politica pubblica all‘Auc, è fuggito dall‘Egitto nel 2014, dopo essere stato accusato di spionaggio per la sua opposizione al rovesciamento di Mursi.

Successivamente, è stato condannato in contumacia alla pena di morte.

Ora, dagli Stati Uniti, Shahin dice che non ha alcuna intenzione di tornare, a meno che non gli sia garantito un giusto processo.

“La situazione in cui si trova attualmente l‘Egitto è importante per molti accademici e per campi di ricerca. Non poter fare studi di prima mano è una grande perdita”.

Tuttavia, gli studenti e la facoltà non demordono. A una veglia nel campus dell‘Auc, gli studenti hanno esposto un enorme striscione con scritto “L‘assassinio di Giulio non è un incidente isolato” e “La campana di vetro dell‘Auc non ti proteggerà”.

In un discorso a una commemorazione per Regeni, Ghazaleh ha detto che gli storici e altri ricercatori sono stati anche controllati dalla sicurezza per avere accesso agli archivi nazionali. “Quello che è cambiato, con la tortura e l‘omicidio di Giulio, è che l‘ultimo tabù è caduto”, ha detto.

“La classe di appartenenza non protegge più le persone, mentre una volta avrebbe dovuto, i legami non proteggono le persone come una volta, e ora anche la nazionalità non protegge più”.

(Lin Noueihed)

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