18 febbraio 2016 / 11:51 / tra 2 anni

ANALISI - Italia, credito bancario in calo ma vecchie abitudini dure a morire

MILANO/ROMA (Reuters) - Un bond per aggirare la contrazione del credito. Ci ha pensato l‘azienda 4 Madonne Caseificio dell‘Emilia, con un‘emissione da 6 milioni di euro garantita dalle 75.000 forme di Parmigiano che produce ogni anno.

Un‘idea originale in un mondo, quello delle piccole e medie imprese (Pmi), che resta ostinatamente ancorato a pilastri come famiglia e banca.

“È una sfida perché sono cose che non abbiamo mai fatto, non perché manchiamo di trasparenza ma perché è così che il sistema funziona”, spiega il direttore finanziario dell‘azienda emiliana Andrea Setti.

Un caso singolare è anche quello della Caar, piccola azienda torinese di componenti meccaniche, una delle prime Pmi italiane ad emettere nel 2013 un minibond, da 3 milioni.

“Sono stato obbligato a fare la Spa, a ricapitalizzare, a dotarmi di un collegio sindacale e di un bilancio certificato, ma non mi è dispiaciuto”, dice dl‘ingegner Francesco Ellena, fondatore dell‘impresa. “E’ stato un modo per essere trasparenti e dimostrare seriamente di voler crescere. Non so quante altre Pmi in Italia siano disposte a fare lo stesso”.

Una discreta elasticità nella concessione del credito è stata la norma in Italia finché la crisi non ha caricato sulle spalle delle banche oltre 200 miliardi di sofferenze. La risposta è stata una stretta, che ha lasciato in debito d‘ossigeno soprattutto le piccole società: secondo l‘Abi negli ultimi due anni il credito bancario, che rappresenta l‘88% del debito delle aziende italiane, si è contratto di 24 miliardi.

MINIBOND

Il buco resta tutto da coprire, nonostante gli sforzi degli ultimi governi per favorire nuovi canali di finanziamento.

“Strumenti alternativi, come ad esempio i minibond, non sono mai davvero decollati; il canale bancario è ancora quello principale in Italia ma anche all‘estero” spiega Davide Baldini, principal di Oliver Wyman.

Dal 2013 a fine 2015 in Italia si sono affacciate al mondo dei minibond poco più di un centinaio di Pmi (su un bacino teorico calcolato da alcuni studi fino a 35.000 aziende), con emissioni che in base a calcoli Reuters non hanno superato i 3 miliardi, peraltro con importi annui che sono andati progressivamente a diminuire.

“Le politiche ultra espansiva seguite della Bce, in particolare i Tltro, hanno inondato la casse delle banche di liquidità, a costo praticamente nullo, creando un forte incentivo a prestare e un forte disincentivo per le imprese a cercare strade diverse” osserva Fabio Girotto, partner della società di consulenza Prometeia.

BORSA

Come noto, Piazza Affari in Italia resta un club per pochi.

Il vice direttore generale di Bankitalia Fabio Panetta ha ricordato che lo scarso sviluppo della Borsa italiana non deriva dalla mancanza di società quotabili ma soprattutto dalle scelte delle imprese stesse, “riluttanti ad aprirsi” in quanto l‘ingresso sul mercato dei capitali viene associato “a un costo fisso, in larga misura in termini di trasparenza, che supera i vantaggi”.

Sul mercato Aim di Borsa Italiana, dedicato alle piccole imprese, sono al momento quotate appena 75 società contro le oltre 1.000 dell‘analogo mercato in Gran Bretagna.

Ma non è solo questione di Pmi restie a fare il grande salto. Sulla medesima linea troviamo grandi aziende, con business solidi e nomi riconosciuti anche all‘estero, come Ferrero, Barilla, Esselunga, Lavazza.

“Stare fuori dalla Borsa ci permette di guardare con maggiore serenità alle strategie di lungo periodo, senza l‘obbligo di dover sfamare ogni tre mesi gli analisti con dei risultati in crescita” spiega Luca Virginio, direttore comunicazione di Barilla. “Per esempio oggi siamo ben posizionati in Usa ma andare su quel mercato all‘inizio è stato un costo; non so quanto la Borsa l‘avrebbe apprezzato”.

“Oppure, abbiamo trasferito tutto il trasporto del grano da gomma a rotaia: per ora è un costo, ma lo facciamo in ottica di lungo periodo” aggiunge.

A inizio anno Barilla ha collocato sul mercato Usa un bond da 185 milioni di dollari.

Massimo Zanetti Beverage Group (Mzb) in Borsa invece c‘è andata, a giugno 2015, e si è dovuta misurare con nuove sfide.

“Eravamo abituati a essere trattati con pazienza dal signor Zanetti, ma dopo la quotazione ci siamo trovati sotto pressione da investitori e analisti per portare numeri positivi ogni trimestre” spiega il direttore finanziario Pascal Heritier.

Il titolo tratta ora oltre il 30% sotto il valore di quotazione ma Heritier sottolinea che l‘azienda non ha rimpianti: “dobbiamo accettare che gli azionisti non sono così pazienti e che alcuni di loro guardano a pochi numeri del bilancio per decidere se tenere o vendere il titolo”.

Per far comprendere meglio i propri punti di forza, l‘azienda del caffè ha incontrato nuovamente analisti e azionisti in un roadshow a qualche mese dalla quotazione.

CONTROLLO FAMILIARE

Nel caso italiano, tra gli elementi che frenano l‘apertura delle aziende ai mercati dei capitali, c‘è anche la conservazione di un geloso controllo familiare su proprietà e gestione.

Secondo il rapporto 2015 dell‘Osservatorio Aub, curato da Bocconi, Unicredit e Aidaf, le aziende familiari italiane sono quelle in Europa meno propense ad assumere manager esterni: nel 51% dei casi la leadership è infatti in mano a un membro della famiglia, contro il 40% del Regno Unito e circa 33% di Germania e Francia. E come emerge dall‘ultimo rapporto Consob sulla corporate governance, presentato a dicembre, a fine 2014 ben l‘83% delle società di Piazza Affari non era di fatto scalabile.

Redazione Milano, Reutersitaly@thomsonreuters.com, +39 02 66129743, Reuters messaging: giulio.piovaccari.reuters@reuters.net Sul sito www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

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