13 ottobre 2015 / 15:46 / 2 anni fa

Riforme, Senato approva ddl Boschi con 178 sì, torna a Camera

ROMA (Reuters) - Il Senato ha approvato oggi la riforma costituzionale fortemente voluta dal governo di Matteo Renzi, che mette fine al bicameralismo perfetto, riduce i poteri di Palazzo Madama e, almeno in parte, quelli delle Regioni.

Un'immagine del Senato. REUTERS/Tony Gentile

Il disegno di legge firmato dal ministro delle Riforme Maria Elena Boschi è stato approvato con 178 sì, 17 no e sette astenuti. Insieme con la maggioranza ha votato il gruppo di ex Forza Italia guidato da Denis Verdini. Le opposizioni invece non hanno, tranne qualche caso singolo, partecipato al voto.

Il testo ora passa alla Camera. Se sarà approvato senza modifiche, dopo tre mesi, poi, entrambi i rami del Parlamento dovranno approvarlo in seconda e ultima lettura, con la maggioranza assoluta. Successivamente (tra l‘estate e l‘autunno del 2016) si terrà il referendum confermativo, come promesso dal governo all‘avvio del ddl.

L‘obiettivo della riforma attuale è principalmente quello di aumentare i poteri del governo centrale e di accelerare l‘iter delle sue decisioni.

La revisione del titolo V della seconda parte della Costituzione toglie alcuni poteri alle Regioni - in particolare sull‘energia, le grandi infrastrutture e il turismo - e li ridà allo Stato, invertendo almeno in parte la spinta federalista degli anni passati. Si tiene aperta la possibilità di concedere alcuni poteri alle Regioni “virtuose” in tema di bilancio.

Il nuovo Senato - composto da 100 senatori contro i 315 attuali - non voterà più la fiducia al governo e avrà competenza solo su una parte delle leggi, con una prevedibile riduzione dei tempi necessari a varare provvedimenti.

Il ddl elimina definitivamente le province e il Consiglio nazionale dell‘economia e del lavoro (Cnel), modifica l‘istituto del referendum (introduce una nuova soglia di 800.000 firme per quelli abrogativi e prevede quelli propositivi).

Il presidente della Repubblica sarà eletto dalle Camere riunite senza i delegati regionali, e dalla settima votazione basteranno per eleggerlo i tre quinti dei votanti.

Si tratta della terza riforma costituzionale all‘esame del Parlamento in 15 anni. Quella approvata nel 2001 dal centrosinistra introdusse nella Carta il federalismo regionale. Quella del centrodestra, che ampliava i poteri delle Regioni e introduceva il premierato, oltre a istituire il Senato federale, fu invece bocciata nel 2006 dal referendum confermativo.

(Massimiliano Di Giorgio)

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