30 settembre 2015 / 13:56 / 2 anni fa

Analisi - La strada in salita della Digital tax italiana

ROMA (Reuters) - A caccia di risorse per ridurre le tasse di 35 miliardi entro il 2018, Matteo Renzi vuole costringere le multinazionali del web a versare le imposte sui profitti guadagnati in Italia.

Il logo di Google alla Global Mobile Internet Conference (GMIC) 2015 di Pechino, nell'aprile scorso. REUTERS/Kim Kyung-Hoon

Enrico Zanetti, sottosegretario al Tesoro e leader di Scelta civica, dice che introducendo in Italia un‘imposta analoga alla “Google tax” britannica lo Stato italiano potrebbe incassare 2 o 3 miliardi su base annua.

Ma per Renzi sarà difficile vincere questa sfida.

Nel 2013 il governo di Enrico Letta introdusse una prima versione dell‘imposta, basata sull‘obbligo di aprire una partita Iva per vendere beni e servizi in Italia. Appena arrivato a Palazzo Chigi Renzi decise di abrogare la legge temendo una bocciatura della Commissione europea, che vieta qualsiasi restrizione alla libera circolazione di imprese e capitali.

Ora lo scenario è cambiato. Messo di fronte alla difficoltà di tagliare la spesa pubblica, il presidente del Consiglio ha rispolverato l‘idea annunciando che dal 2017 entrerà in vigore la meno impopolare ‘Digital tax’. Zanetti non esclude che il varo sia anticipato al prossimo anno.

Il governo deve presentare in Parlamento entro metà ottobre la legge di Stabilità. La manovra del 2016 ha un valore di 27 miliardi e il ministero dell‘Economia non ha ancora fornito indicazioni precise sulle coperture. Dall‘aumento del deficit arriveranno al massimo 13 miliardi, meno di 10 dai tagli alla spesa pubblica.

Francia e Italia criticano da tempo Google, Yahoo! e gli altri giganti del mondo digitale perché fanno profitti in tutto il mondo ma hanno sede fiscale in Paesi come l‘Irlanda, dove il prelievo sul reddito d‘impresa è tra i più bassi d‘Europa.

Le proteste non hanno finora portato ad alcun risultato. L‘Unione europea, infatti, consente alle multinazionali di pagare le tasse solo nei paesi in cui sono presenti con una “stabile organizzazione di impresa”, cioè uffici e stabilimenti.

Tommaso Di Tanno, professore di diritto tributario all‘Università Bocconi di Milano, osserva che la “stabile organizzazione d‘impresa” è un concetto anacronistico in un‘era in cui i ricavi possono essere generati ovunque, anche in mancanza di una presenza fisica sul territorio.

Ciò nonostante, prosegue Di Tanno, l‘assetto attuale è garantito dai Trattati internazionali e sarà difficile introdurre novità fino a quando i paesi europei si troveranno a difendere i propri interessi su fronti opposti.

LA SFIDA BRITANNICA

Contattata da Reuters, Google dice che la sua controllata italiana fornisce esclusivamente servizi di consulenza e marketing a Google Ireland, la ‘capofila’ per Europa, Medio Oriente e Africa.

Nel 2014 Google Italy srl ha versato allo Stato 2,2 milioni di imposte su ricavi pari a 54,4 milioni, stando alla più aggiornata visura camerale disponibile. L‘Autorità per le comunicazioni stima, invece, che Google raccolga dalla pubblicità online circa 500 milioni, dieci volte tanto.

Il bilancio di Yahoo! Italia srl riporta 198.000 euro di imposte versate su 9,7 milioni di ricavi.

Entrambe le società assicurano di rispettare le normative fiscali in tutti i paesi in cui operano.

Google trova naturale che le imprese si trasfericano in Irlanda, dove il governo utilizza “gli incentivi fiscali per attrarre investimenti stranieri”, spiega una portavoce.

“Se ai governi non piacciono queste leggi, hanno il potere di cambiarle”, aggiunge.

È facile capire perché le imprese straniere cerchino di eludere le tasse in Italia. Nel 2014 Google ha dichiarato un‘imposizione fiscale del 19,3% a livello globale. In Italia in media un‘impresa versa allo Stato il 65,8% dei profitti commerciali, secondo un rapporto di PwC e Banca mondiale.

Di Tanno dice che la sfida più concreta ai colossi del web è arrivata dalla Gran Bretagna.

Il governo di David Cameron ha introdotto ad aprile una ritenuta alla fonte del 25%, la “diverted profits tax”. Zanetti cerca di convincere l‘esecutivo italiano a seguire questa strada ed ha già presentato in Parlamento un progetto di legge.

Per di Tanno è opportuno che Renzi vada avanti con la Digital tax dal momento che una modifica dei trattati internazionali richiederà molto tempo. Ma avverte che i contenziosi saranno inevitabili e il successo dell‘operazione dubbio.

“Non penso che il governo sia in grado di far partire la tassa già nel 2016 e in ogni caso il gettito sarà inferiore ad un miliardo l‘anno”, osserva ancora il tributarista.

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