11 settembre 2015 / 10:40 / 2 anni fa

ECONOMICA - Italia, governo mette al centro la crescita, ai margini vincoli europei

MILANO (Reuters) - Privilegiare la crescita economica anche a scapito del rispetto dei vincoli europei di finanza pubblica. Il governo di Matteo Renzi si avvicina alle scadenze autunnali di politica economica - nuovo stime e quadro economico tra una settimana, budget 2016 alla Ue a metà ottobre, giudizio di Bruxelles a fine novembre - con un piano chiaro: confermare il calo del debito/pil nel 2016 ma ridurne l‘entità rispetto al punto e mezzo percentuale previsto nel Def, allontanandosi dal rispetto del Fiscal compact europeo. In parallelo il deficit, pur rimanendo sotto il 3%, si collocherà ben oltre l‘1,8% concordato in primavera.

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. REUTERS/Tony Gentile

Lo stesso premier e il ministro dell‘Economia Pier Carlo Padoan hanno approfittato del palcoscenico di Cernobbio per chiarire che è importante invertire la tendenza rialzista del rapporto debito/pil che prosegue ininterrotta dal 2007. La discesa il prossimo anno al 130,9% dal 132,5% di fine 2015 si può invece mettere in discussione alla luce di un numero di riforme e un andamento dell‘economia oltre le aspettative.

L‘attesa è che Renzi si presenti a Bruxelles provando a spostare il dibattito al Consiglio europeo per mettere al centro la politica economica e ai margini i vincoli della Commissione.

Per non far scattare l‘aumento di Iva e accise previsto nella clausola di salvaguardia il governo ha bisogno di circa 10 miliardi che punta a trovare con tagli sulla spesa pubblica. Ma vanno finanziati anche il taglio delle tasse sulla prima casa, gli impegni - dovuti a sentenze della Consulta - su indicizzazioni delle pensioni e rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, l‘alleggerimento del carico fiscale delle imprese del mezzogiorno.

Il premier pochi giorni fa ha indicato un totale di 25 miliardi di euro che rischia però di essere un valore sottostimato.

    Accanto ai 10 miliardi di risparmi di spesa pubblica il governo potrà contare su una minore spesa per interessi grazie ai tassi ai minimi storici. Difficile poi fare una stima affidabile per gli introiti della voluntary disclosure. Rimarrebbero così da trovare almeno 12-13 miliardi, circa lo 0,8% del Pil.

    Le clausole concesse dalle ultime norme Ue dal punto di vista contabile offrono un aiuto parziale. Per il 2016 L‘Italia ha già usufruito per quella delle riforme per lo 0,4% del Pil e, quindi, può chiedere solo il residuo 0,1% per arrivare al tetto dello 0,5%. Mentre l‘ottenimento della clausola per gli investimenti, pari al massimo a circa 8 miliardi, sarà utilizzabile solo in parte per compensare le maggiori uscite. La norma prevede infatti che una quota sia obbligatoriamente destinata a investimenti co-finanziati da Bruxelles.

   

    CRESCITA ACCELERA, MA BASSA INFLAZIONE DEPOTENZIA EFFETTO

    Per la crescita, il centro del progetto renziano attorno a cui far ruotare le altri variabili, il governo, secondo le indiscrezioni, punterà nella nota di aggiornamento a un valore attorno allo 0,9%, un risultato rilevante rispetto alle attese di inizio anno di governo ed economisti e reso credibile dalla performance dell‘economia nei primi sei mesi. E il rialzo della poduzione di luglio, reso noto oggi da Istat, rappresenta un ottimo inizio di secondo semestre. La ripresa, sempre secondo le indiscrezioni, si consoliderebbe nel 2016 all‘1,6%, oltre quindi l‘1,4% previsto in primavera.

    Le incognite in questo campo giungono dalla congiuntura internazionale, penalizzata dal ridotto apporto delle economie emergenti. Il rallentamento cinese, unito ai grandi problemi di Brasile e Russia, mette fortemente a rischio la crescita attesa del commercio internazionale che avrebbe dovuto trainare l‘export italiano. Lo stesso Fmi ha ammesso recentemente che già quest‘anno al crescita globale probabilmente non raggiungerà il 3,5% stimato.

    Sul piano interno, inoltre, come fa notare il Centro Europa Ricerche, va ricordato che la scelta di ridurre la spesa pubblica, anzichè aumentare l‘Iva, ha un effetto recessivo sull‘economia.

Accanto a questi fattori, che potrebbero limare la crescita del 2016, si delinea il problema dell‘inflazione che non c‘è nonostante la cura Draghi.

Proprio lo scarso apporto dell‘aumento dei prezzi fa sì che quest‘anno la crescita nominale ben difficilmente supererà la stima primaverile del Def dell‘1,4%. Mancherà quindi quel sostegno ulteriore al denominatore di deficit/pil e debito/pil che sarebbe d‘aiuto in sede europea. A fine giugno il deflatore del Pil, misura dell‘inflazione rapportata all‘intera economia, non andava oltre lo 0,3%. Difficile con questa base ipotizzare a fine anno un valore oltre lo 0,5%, valore che avrebbe un effetto trascinamento molto modesto per il deflatore 2016.

    La combinazione di questo elemento con l‘attesa di una domanda internazionale meno lusinghiera limita il livello a cui potrà salire la crescita nominale 2016. Secondo quanto anticipa una fonte, il governo collocherà comunque la crescita nominale vicino al 3%, puntando su una ripresa inflazionistica già nei primi mesi del 2016.

In buona parte l‘andamento dei prezzi ha natura esogena. Probabile pensare che anche questo sarà fatto notare dall‘Italia nel confronto europeo che la attende.

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