3 luglio 2015 / 10:09 / 2 anni fa

Banche popolari, su M&A si punta a grandi deal ma strada irta di ostacoli

MILANO (Reuters) - A poco più di tre mesi dall‘approvazione della riforma sulla Spa i colloqui tra le banche popolari sulle fusioni proseguono con l‘obiettivo prioritario di creare poli bancari di grandi dimensioni alle spalle dei campioni nazionali Intesa Sanpaolo e UniCredit.

La situazione è ancora molto fluida e i banchieri interessati, senza mostrare particolare pressione, continuano a ripetere pubblicamente che hanno senso solo ‘grandi’ operazioni, che i contatti sono ancora in fase iniziale, e che tutte le opzioni strategiche sono aperte.

Alcune tracce iniziano tuttavia a delinearsi in attesa che gli esiti degli Srep della Bce, previsti tra settembre e ottobre, possano fare emergere eventuali nuovi rapporti di forza tra i soggetti in campo.

In particolare, secondo quanto sostengono alcuni banchieri d‘affari e fonti vicine alla situazione, nelle ultime settimane si sarebbero intensificati gli incontri tra Ubi e Banco Popolare, mentre si attenuano le aspettative sul merger più gettonato, quello tra Bpm, che ha già nominato gli adviser (Citi e Lazard) e la popolare scaligera.

“L‘ipotesi Bpm-Banco Popolare si è un po’ raffreddata, anche se rimane l‘opzione ideale soprattutto per Bpm. Dal punto di vista industriale viene riconosciuta la valenza dell‘operazione ma le parti faticano ad incontrarsi su alcune questioni di governance e di valorizzazione”, spiega una fonte sottolineando in particolare il problema della sede e degli eventuali concambi.

Banco Popolare e Bpm insieme costituirebbero un gruppo leader di mercato in regioni molto ricche del paese quali Veneto, Piemonte e Lombardia con un elevato potenziale di economie di scala, soprattutto per la popolare milanese che si fonderebbe con una banca che ha 2,5 volte la sua dimensione, come sottolinea un recente studio di Boston Consulting.

Sotto il profilo della valorizzazione tuttavia la banca guidata da Giuseppe Castagna riflette un maggiore apprezzamento del mercato, che ha premiato il titolo di oltre il 70% da inizio anno portando la capitalizzazione a 4,1 miliardi contro 5,4 del Banco.

In quest‘ottica Piazza Meda, che vuole svolgere un ruolo di aggregatore evidenziando il più basso profilo di rischio, pone dei paletti precisi mal digeribili da parte dei veronesi che pertanto, pur non chiudendo le porte alla Bpm, stanno lavorando in parallelo con Ubi e la più piccola Veneto Banca.

Ubi, spesso chiamata in causa per un‘eventuale operazione con Mps che sembra però allontanarsi sempre di più, è stata la prima delle popolari a muoversi sulla Spa. Il nuovo statuto, già inoltrato a Banca d‘Italia, verrà sottoposto all‘assemblea dei soci entro ottobre. All‘interno del corpo sociale si sta nel frattempo lavorando per creare un ‘nocciolo duro’ di azionisti che possa raccogliere il 10-12% del capitale per limitare i rischi di una scalata post-trasformazione, ricorda una fonte.

Ubi-Banco Popolare costituirebbero il terzo gruppo bancario italiano con attivi combinati per circa 250 miliardi. Una loro integrazione sarebbe facilitata da dimensioni simili e una buona contiguità territoriale, anche se rimane la questione di una valorizzazione di Borsa che premia Ubi (6,8 mld) per la qualità del capitale.

Tuttavia, sul fronte veronese “c‘è un mondo legato ad ambienti politici ed istituzionali che vedrebbe bene un‘operazione di sistema più legata al territorio veneto. In questo caso ci sarebbero però altre incognite legate alla valorizzazione di una banca non quotata oltre al fatto che l‘operazione non sarebbe ben accettata dal mercato”, sottolinea una fonte.

Problemi di governance e di legami con il territorio rendono problematici anche i colloqui tra Bpm-Bper per una riedizione del merger fallito nel 2007. I due istituti sono simili quanto a dimensioni e capitalizzazione di borsa e una fusione consentirebbe a due banche di medie dimensioni di diventare un importante player nazionale ma soprattutto di costituire una piattaforma per successive aggregazioni.

Ma anche in questo caso interessi di tipo localistico non vedrebbero di buon occhio uno spostamento del baricentro della Bper, unica grossa banca di riferimento dell‘Emilia Romagna, su Milano.

Alcune fonti invece sottolineano la questione legata ai difficili equilibri di governance soprattutto per quanto riguarda la carica dell‘AD.

Bper punta comunque al salto dimensionale e, se l‘approccio con Bpm non dovesse concretizzarsi, un‘operazione con Veneto Banca o Pop Vicenza (o una delle due valtellinesi) le permetterebbe di non perdere il proprio ruolo centrale nel territorio di riferimento.

La ricerca dei ‘big deal’ nel mondo delle popolari mette al momento in secondo piano operazioni di fusioni con banche di piccole dimensioni, che potranno tornare d‘attualità se le altre strade diventano impraticabili. In questo caso tre le banche più citate vi è il Creval, che potrebbe essere un target di Bpm , ma l‘istituto valtellinese, così come la cugina Pop Sondrio sembra poco attivo sul fronte M&A.

Le banche interessate non hanno commentato.

(hanno collaborato Paola Arosio, Pamela Barbaglia, Valentina Za)

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