October 8, 2019 / 10:04 AM / 2 months ago

Telefonate con Trump: più un rischio che una opportunità diplomatica

LONDRA (Reuters) - Un tempo, organizzare una telefonata con il presidente degli Stati Uniti era considerata una vittoria diplomatica. Oggi invece implica molti rischi, dalla diffusione delle trascrizioni a ricadute sulla politica interna, spingendo i consiglieri a una sempre maggiore prudenza.

Il presidente Usa Donald Trump parla al telefono nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington. REUTERS/Jonathan Ernst

Le conseguenze della telefonata del 25 luglio tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy hanno ancora un riverbero su Kiev, e a Washington hanno portato all’apertura di un’inchiesta per impeachment.

I parlamentari statunitensi che conducono l’inchiesta chiedono ora di avere accesso alle telefonate di Trump con il presidente russo Vladimir Putin e con altri leader mondiali, e il presidente del Comitato di Intelligence della Camera parla di preoccupazioni legate al fatto che Trump possa aver messo a rischio la sicurezza nazionale.

“Bisogna abituarsi all’idea che una telefonata con Trump non è come una telefonata con qualsiasi altro leader”, ha detto Gerard Araud, ambasciatore francese a Washington fino allo scorso giugno, che ha organizzato diverse telefonate tra il presidente Emmanuel Macron e la Casa Bianca.

Per ogni leader mondiale che ha parlato con Trump, l’idea che una trascrizione verbatim possa essere diffusa rappresenta una prospettiva preoccupante, e con molta probabilità in futuro la natura di queste telefonate - cruciali per la diplomazia internazionale - cambierà .

Per Araud, tuttavia, la fuga di notizie potrebbe essere l’ultimo dei problemi dei leader, a causa dell’imprevedibilità di Trump durante le conversazioni, che può spiazzare i suoi interlocutori.

“Se vuoi fare passi avanti sulle cose da fare è un grosso problema. Ogni capo di Stato e di governo si è dovuto abituare a questo non dialogo”, ha aggiunto.

“Non ci sono più certezze”.

MAGGIORE ATTENZIONE

I segnali di allarme si potevano cogliere fin dall’inizio.

Pochi giorni dopo l’inizio del suo mandato, a gennaio 2017, Trump ha parlato al telefono con l’allora primo ministro australiano, Malcolm Turnbull.

A un certo punto della conversazione, che si era fatta tesa, Trump ha detto a Turnbull: “Sei peggio di me”, lamentandosi del fatto che un accordo sull’immigrazione tra Stati Uniti e Australia lo “farebbe sembrare stupido”.

La trascrizione è finita sul Washington Post e ha creato a Turnbull, che si è opposto a Trump durante la telefonata, problemi interni per la sua rigida politica anti-immigrazione.

La settimana scorsa, il Dipartimento della Giustizia Usa ha confermato che Trump ha chiamato altri leader, chiedendo di aiutare il procuratore generale William Barr nella sua inchiesta sull’origine del Russiagate, riguardante le indagini svolte da Robert Mueller sul coinvolgimento della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016.

I nomi dei leader non sono stati rivelati, ma il primo ministro australiano Scott Morrison ha confermato di aver parlato con Trump. Il governo britannico ha detto che Trump ha parlato con il primo ministro Boris Johnson il giorno dopo la telefonata tra Trump e Zelenskiy, citando però temi estranei alla questione.

Una telefonata con il presidente degli Stati Uniti una volta era come vincere alla lotteria per i leader mondiali, ma Trump ha ribaltato quest’idea, secondo Jonathan Eyal, del Royal United Services Institute.

“Parlare al telefono con il presidente è molto rischioso. È difficile evitare queste telefonate ma i leader mondiali staranno più attenti d’ora in poi a quello che diranno a Trump”.

NON UN BUON INTERLOCUTORE

Le telefonate tra leader richiedono ore di preparazione e di briefing, con i consiglieri chiamati a stilare osservazioni introduttive, argomenti di discussione, risposte a eventuali questioni spinose e temi politici specifici sui quali è necessario collaborare.

Un certo numero di persone ascolterà, alcuni redigeranno i verbali e produrranno le trascrizioni da far circolare nei dipartimenti governativi competenti, in modo da poter agire.

Un ex primo ministro di un paese Ue ha detto che se dovesse parlare con Trump adesso, farebbe molta attenzione a non andare fuori tema, anche rinunciando a instaurare un buon rapporto con il presidente, il quale invece cerca di trovare un terreno comune - parlando ad esempio di golf - e di usare un linguaggio confidenziale.

“Ovviamente vuoi avere un buon rapporto con il presidente degli Stati Uniti, ma nell’attuale contesto politico conviene non deviare dalla conversazione ed essere diretti”, ha detto l’ex leader, parlando in forma anonima per evitare di influenzare le relazioni del suo paese con gli Stati Uniti.

Un alto diplomatico che spesso pianifica e ascolta le telefonate tra il suo primo ministro e altri leader ha detto che c’è sempre il timore di una fuga di notizie, ma il nuovo rischio è la politica dettata da interessi di parte.

“Si tratta di eventi importanti - vuoi fare dei passi avanti con questa telefonata, parlare degli argomenti che ti interessano e fare progressi nella relazione tra i due paesi”, ha detto il funzionario. “Ciò è diventato più difficile (con Trump). È meno prevedibile. I tuoi piani ben studiati possono essere mandati a monte da un commento inaspettato”.

Il diplomatico ha aggiunto che gli interlocutori di Trump devono comportarsi da uomini d’affari e parlare “solo dei fatti”, evitando di comportarsi come Zelenskiy, il quale nella trascrizione a volte sembra quasi servile.

Araud ha sottolineato questo punto, aggiungendo di aver consigliato a Macron di evitare di rispondere alle provocazioni di Trump.

“Il mio consiglio a Macron, almeno su Twitter, è di non reagire, perché Trump rincarerà la dose e tu perderai”.

Le relazioni tra il Regno Unito e gli Stati Uniti risentono ancora delle conseguenze della diffusione su un giornale britannico di un dispaccio fortemente critico nei confronti di Trump scritto dall’ex ambasciatore britannico a Washington, Kim Darroch.

Trump ha risposto definendo Darroch come “stravagante” e “molto stupido” su Twitter. L’ambasciatore ha dato le dimissioni pochi giorni dopo.

“I diplomatici non possono fare il loro lavoro se c’è un serio rischio di vedere le proprie opinioni, oneste e non filtrate, pubblicate dai media”, ha detto Peter Westmacott, ex ambasciatore britannico a Washington e a Parigi.

“I diplomatici devono essere sicuri che questa non sia la nuova normalità”.

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