6 ottobre 2017 / 15:07 / tra 13 giorni

INSIGHT - Eni scommette sullo scopritore di Zohr per trovare un nuovo tesoro

Il Chief Exploration Officer di Eni Luca Bertelli REUTERS/Alberto Lingria

MILANO (Reuters) - La compagnia petrolifera italiana Eni sta scommettendo miliardi sull‘abilità di Luca Bertelli di fare ciò che fa da quando aveva nove anni: individuare cose che gli altri si lasciano sfuggire.

Il geologo, che guida il team di esplorazione di Eni, ha cominciato a collezionare rocce in Toscana da bambino, sviluppando uno sguardo curioso che alla fine gli ha permesso di scoprire due dei più grandi giacimenti mondiali di gas di questo secolo.

Il suo ultimo successo, il giacimento di Zohr al largo dell‘Egitto, si trova in un‘area che Royal Dutch Shell ha studiato attentamente per anni, prima che Bertelli convincesse il suo capo ad avviare un programma di trivellazioni che ha portato alla più grande scoperta di gas nel Mediterraneo.

Adesso il cinquantanovenne e la sua squadra sono sotto pressione per dimostrare la loro capacità di continuare a trovare tesori che gli altri non vedono, questa volta nelle acque messicane esplorate da decenni dall‘ex compagnia petrolifera statale Pemex.

“Crediamo che ci siano possibilità di sorprese, anche in aree già esplorate”, ha detto Bertelli dal suo ufficio al dodicesimo piano a Milano tenendo tra le dita un esemplare di roccia ricca di petrolio proveniente dal giacimento di Amoca che Eni ha ottenuto, assieme ad altri due, nel 2015.

Bertelli è uno dei cardini della corporate strategy di Eni, che negli anni recenti ha visto la compagnia dissociarsi dal gruppo dei rivali ignorando la corsa allo shale, concentrandosi invece sull‘accrescimento delle risorse energetiche convenzionali del mondo.

Negli ultimi anni la debolezza delle sue attività “downstream”, come quelle relative alla raffinazione e alle sostanze chimiche, ha pesato sui profitti di Eni e ha incentivato al successo nelle esplorazioni “upstream”.

Nella sua nuova frontiera messicana, Eni ha fino ad ora messo nel mirino acque poco profonde, vicine alla costa e alle infrastrutture di Pemex, proprio il tipo di obiettivo con maggiori probabilità di essere già stato scelto o di essere sui radar di rivali più grandi e con maggiori disponibilità economiche.

Ma Bertelli ha detto a Reuters che Eni si sta imbarcando in un programma di esplorazione “più aggressivo” a partire dal 2018, con un occhio particolare al Messico dove saranno presentate offerte nel corso delle prossime gare valide per le acque profonde e ultra profonde.

“Crediamo che il Messico sia una delle ultime grandi opportunità per ottenere risorse petrolifere materiali in aree inesplorate o poco esplorate”, ha detto. “Non ne rimangono molte”.

Trivellare pozzi a migliaia di metri di profondità in mare è molto più costoso e rischioso che esplorare acque poco profonde o depositi di shale, ma le ricompense potenziali sono molto più alte. L‘anno scorso Eni ha trivellato soltanto 5 pozzi a grande profondità rispetto ai circa 15 di due anni fa quando i prezzi del greggio erano il doppio rispetto a oggi.

Dunque oggi la pressione è sul geologo di Eni affinché individui le rocce e i pozzi giusti, e la competizione si sta infiammando; anche grandi aziende come BP e Shell stanno presentando offerte per ottenere superfici nelle acque messicane.

INTUIZIONE + SUPERCOMPUTING

Eni è la prima grande compagnia straniera a svolgere trivellazioni in acque messicane da quando il governo, nel 2013, ha messo fine agli ottant‘anni di monopolio di Pemex.

La compagnia non ha svelato i suoi piani di investimento, ma il numero uno dell‘organismo messicano di regolazione sul petrolio, Juan Carlos Zepeda, ha detto a Reuters che la decisione di Eni di accelerare le operazioni ad Amoca spingerà in avanti la spesa per più di un miliardo di dollari.

Eni non ha voluto commentare la cifra ma sta certamente scommettendo molto sul team di Bertelli, estendendo il suo primato di esploratore convenzionale di maggior successo nel settore, come attesta la società di consulenza energetica Wood Mackenzie.

Tra il 2010 e il 2015, il tasso di sostituzione delle riserve di Eni - un'unità di misura chiave che mostra l'ammontare di riserve aggiunte in relazione al petrolio e al gas prodotti - era al 40% escluso lo shale. (Vedi grafico: reut.rs/2yqAptI)

Una cifra molto superiore a quella di altre grandi aziende, con Statoil al secondo posto con il 126% e ExxonMobil al terzo posto con il 54%.

La storia di come Eni ha scoperto il gigantesco giacimento di Zohr nel 2015 è una vetrina sul modo in cui operano Bertelli e il suo team; intuizione geologica e esperienza, ha dichiarato, gli hanno detto che lì avrebbe potuto esserci qualcosa che le altre compagnie non avevano trovato.

Le precedenti scoperte nel Mediterraneo orientale erano tutte avvenute in rocce arenarie. Ma presto è divenuto chiaro che Zohr non aveva queste caratteristiche, e ciò ha spinto una serie di rivali ad abbandonare il sito.

Quello che hanno visto Bertelli e la sua squadra erano invece i lineamenti di un differente tipo di struttura, sotto uno spesso strato di sale. Bertelli ebbe l‘idea che potesse trattarsi di una forma di calcare - carbonato - che lui aveva visto produrre petrolio e gas in giacimenti lontani in Kazakistan e Venezuela.

“L‘intuizione viene dall‘esperienza”, ha detto. “Nel caso di Zohr, avevamo già visto simili caratteristiche geologiche in altri posti”.

Poi è entrato in gioco il supercomputer di Eni. E’ il terzo più potente del settore dopo quelli utilizzati dalla francese Total e dalla compagnia francese di geofisica marina Petroleum Geo-Services, capace di processare 8 milioni di miliardi di operazioni al secondo.

Il super computer ha ricreato dati di imaging a partire dagli anni ‘90 per cercare segni di formazione di carbonato, svolgendo l‘attività in pochi giorni, piuttosto che nei mesi necessari in passato.

”Il risultato ha dato sostegno alla nostra intuizione“, ha spiegato Bertelli”. “Abbiamo deciso di procedere alla trivellazione”.

Ma se Eni, la settima grande azienda al mondo per prodotto, potrebbe avere un vantaggio nell‘esplorazione, il suo downstream business ha avuto delle difficoltà. Il conseguente spostamento del focus ha suscitato preoccupazioni riguardanti una potenziale esposizione eccessiva della compagnia alla volatilità dei prezzi del petrolio.

La forte presenza della compagnia in Africa, con il rischio associato a lavorare in luoghi come la Libia e la Nigeria, è per alcuni un'altra ragione per cui le azioni della compagnia hanno avuto performance inferiori rispetto a quelle di competitor quali BP e Total. (Vedi grafico: reut.rs/2yqQEa3)

SCARSO RISCHIO = SCARSO SUCCESSO

Dieci anni fa, la capacita di Eni di esplorare si era tutt‘altro che esaurita.

La compagnia si stava sforzando di scoprire tanto petrolio e tanto gas quanto ne estraeva ogni anno. E la sua abilità di portare avanti progetti complessi era in dubbio dopo la perdita, nel 2008, del ruolo di operatore unico nell‘enorme giacimento di Kashagan, dovuta a ritardi e ai costi eccessivi.

Da quel momento in poi, Eni ha scoperto due giacimenti di gas di portata mondiale, in Mozambico e in Egitto, sommando 115 trilioni di piedi cubici di risorse.

Bertelli attribuisce l‘inversione di tendenza a una strategia attuata con il suo aiuto dall‘AD Claudio Descalzi - focalizzarsi su progetti semplici, la cui maggioranza appartiene a Eni, per controllare meglio i costi e il tempo.

Anche la decisione di non correre dietro alla fonte di ricchezza rappresentata dallo Shale, che ha rimodellato l‘industria, è stata fondamentale. “Abbiamo trovato una finestra di opportunità in un campo non più dominato dalle grandissime aziende, ma con player più piccoli e indipendenti”.

In Messico, Pemex ha esaminato la maggior parte del territorio, incluso il giacimento di Cantarell a Campeche Bay. Ma con il suo budget relativamente piccolo, non è stata capace di mettere in campo l‘intera gamma di tecnologie moderne ed expertise di cui sono portatrici le grandi compagnie energetiche.

Eni originariamente aveva stimato che i suoi giacimenti messicani contenessero 800 milioni di barili, ma il mese scorso ha alzato le stime a 1,4 miliardi. L‘obiettivo adesso è esplorare le aree nelle acque più profonde, il che comporta rischi maggiori.

“Basso rischio di solito significa successo molto piccolo”, dice il numero uno delle esplorazioni di Woodmac, Andrew Latham. “Tutta l‘esplorazione dipende dalla capacità di vedere un valore che gli altri non vedono, e questo richiede innovazione e pensiero originale”.

Eni conterà soprattutto sull‘intuito del suo capo geologo e - come tutti gli esploratori - su un po’ di fortuna che aiuti a mettere a segno un‘altra grande scoperta.

Bertelli indica sul muro una mappa di Mamba, l‘enorme giacimento della compagnia al largo del Mozambico, definendolo unico nel suo genere. Poi si ferma a riflettere. “Ma probabilmente non è unico”, aggiunge. “Ce n‘è un altro là fuori che aspetta di essere trovato”.

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