1 marzo 2017 / 09:35 / tra 9 mesi

Italia archivia 2016 con crescita vicino a 1%, debito record

MILANO/ROMA (Reuters) - L‘economia italiana ha archiviato il 2016 con una crescita vicina all‘1%, un ritmo insufficiente a stabilizzare il debito, salito al nuovo record 132,6% del Pil, nonostante un deficit in calo a 2,4%.

Un'operaia a lavoro. REUTERS/Giulia Segreti

In sintesi, è questo il quadro tratteggiato dalle statistiche diffuse stamane da Istat su Pil e indebitamento pubblico, valide ai fini delle regole europee.

Nel dettaglio, il Pil -- riportatosi appena al di sopra del livello assoluto registrato nel 2000 -- è cresciuto di 0,9% nel 2016 in termini grezzi, ma considerando che ci sono state due giornate lavorative in meno rispetto al 2015, i dati corretti dovrebbero certificare una crescita intorno a 1%.

Crescita che nelle attese del governo e dei principali previsori privati e istituzionali dovrebbe essere replicata quest‘anno.

“E’ un obiettivo che - stando anche alle indicazioni sull‘attività nei primi due mesi del 2017 - è a portata di mano, e forse potrebbe risultare alla fine anche troppo conservativo, nonostante i numerosi fattori di incertezza, interna, europea e globale, soprattutto di natura politica”, commenta Fedele De Novellis, economista di Ref.

Il punto però è che un simile livello di crescita non è sufficiente a stabilizzare il debito pubblico, che la Commissione europea si aspetta in nuovo aumento al 133,3% del Pil, se il deficit resterà stabile al 2,4%, come prevedono governo e Bruxelles.

Il deflatore del Pil nel 2016 si è attestato allo 0,8%. L‘indicatore riflette le variazioni di prezzo e sommato al Pil reale compone il Pil nominale, cioè il denominatore utilizzato per calcolare il rapporto sul debito.

“Difficilmente accelererà quest‘anno”, secondo De Novellis, “perchè la risalita dell‘inflazione che stiamo osservando in questi primi mesi è imputabile essenzialmente alle materie prime che l‘Italia importa e non contribuisce al deflatore. Con un deficit oltre il 2% e un Pil nominale che non arriva al 2%, inevitabilmente il debito sale”.

Ecco quindi la richiesta di Bruxelles di correggere dello 0,2% il saldo strutturale di quest‘anno, per evitare una procedura d‘infrazione per debito eccessivo, richiesta che il governo italiano si è impegnato ad ottemperare entro aprile.

Restando sul fronte dei conti pubblici, l‘avanzo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in rapporto al Pil, è stato pari all‘1,5% (1,4% del 2015). La pressione fiscale è scesa al 42,9% dal 43,3% del 2015.

Le entrate totali si sono attestate al 47,2% del Pil dal 47,8% del 2015. Le uscite totali sono scese al 49,6% dal 50,4% dell‘anno precedente.

BICCHIERE MEZZO PIENO

Il quadro fornito da Istat comprende elementi che segnalano una progressiva normalizzazione dell‘economia italiana.

“Tornare a crescere e aggiustare i conti: non è facile ma Istat conferma che stiamo ottenendo entrambi i risultati”, rivendica il ministro dell‘Economia Pier Carlo Padoan, commentando i dati su Twitter.

“La crescita - prosegue Padoan - è ancora troppo lenta, come prima della crisi. Per creare occupazione e benessere dobbiamo liberare energie realizzando riforme”.

La nota più positiva viene dagli investimenti, cresciuti di 2,9% dopo 1,6% nel 2015. “In particolare -- sottolinea De Novellis -- la crescita degli investimenti in macchinari ha sfiorato il 4%. Questo vuol dire che ci sono dei settori che si sono riattivati dopo la lunga crisi”.

Anche dall‘export sono arrivati segnali leggermente migliori di alcune previsioni, con un aumento delle esportazioni del 2,4%, contro +2,9% delle importazioni.

La domanda estera netta ha sottratto lo 0,1 punti alla crescita del Pil, mentre le scorte hanno tolto 0,5 punti. La crescita è arrivata dunque tutta dalla domanda interna: per 0,8 punti dai consumi delle famiglie, per 0,5 punti dagli investimenti e per 0,1 dalla spesa pubblica.

Quest‘anno, a detta degli economisti, lo schema dovrebbe cambiare, con le famiglie che potrebbero mostrare una maggiore prudenza negli acquisti e un export che dovrebbe invece dare un contributo significativo, anche grazie alla debolezza dell‘euro.

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