6 dicembre 2016 / 17:42 / in un anno

ANALISI - Crisi governo, sentiero stretto per un voto a febbraio

ROMA (Reuters) - L‘uscita del ministro dell‘Interno Angelino Alfano sulla possibilità di votare a febbraio prossimo fa discutere, ma per tenere le elezioni tra due mesi servono condizioni minime e di non facile realizzazione.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ieri al suo arrivo al Quirinale. REUTERS/Max Rossi

L‘obiettivo di Alfano è quello di trasformare subito in voti politici per il Pd-Ncd (con l‘innesto dei verdiniani) il 40% raccolto dal sì al referendum costituzionale di domenica scorsa, rivendicando il fatto che il 60% vincente del fronte del no mette insieme una variegata compagine che va dalle opposizioni alla minoranza Pd.

Esattamente quello che pensano i renziani del Pd, come ha detto ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti - intimo del premier uscente e leader Pd, Matteo Renzi - che ha invitato a “ripartire” dal 40%.

Renzi, dopo la bruciante sconfitta di domenica, ha annunciato le dimissioni, congelate dal capo dello Stato almeno fino a domani quando la legge di Bilancio sarà approvata con fiducia dal Senato in via definitiva.

IL MANTRA DEL 40%

Ma perché lo schema Renzi-Alfano si realizzi sono necessarie alcune condizioni: che il sistema elettorale resti l‘Italicum, che in Parlamento ci sia una maggioranza favorevole al voto anticipato e che Sergio Mattarella, cui spetta di guidare la crisi, sia d‘accordo.

L‘attuale legge elettorale della Camera ha alte soglie di sbarramento e assegna un consistente premio di maggioranza alla lista che ottiene al primo turno almeno il 40%, prevedendo altrimenti un ballottaggio tra le due forze più votate.

In quel caso, il Pd dovrebbe aprire le liste a centristi e verdiniani, che rischierebbero altrimenti di restare fuori dal Parlamento.

Nei mesi scorsi Renzi ha garantito che l‘Italicum sarebbe cambiato ma, alla luce della crisi in corso, potrebbe aver cambiato idea. Domenica notte, ammettendo la sconfitta, ha infatti detto che l‘onere di proporre come cambiare la legge elettorale spetta al fronte del no.

Per Alfano si potrebbe votare subito con l‘Italicum alla Camera, e al Senato col cosiddetto Consultellum (un sistema proporzionale con soglia di sbarramento e preferenza unica). E sulla stessa linea sono schierati il M5s e la Lega.

La decisione di sciogliere le Camere e indire le elezioni anticipate spetta al capo dello Stato. Ma se Mattarella, durante le consultazioni per formare il nuovo governo dopo le dimissioni di Renzi, si trovasse di fronte alla maggioranza parlamentare che chiede elezioni, non potrebbe non tenerne conto.

GLI OSTACOLI AL VOTO

Sulla strada del voto rapido ci sono però alcuni ostacoli. Prima di tutto, il rischio che due sistemi elettorali diversi per Camera e Senato non diano un risultato certo in un sistema bicamerale paritario, con l‘impossibilità di formare un governo. Di fronte a questo rischio Mattarella potrebbe puntare i piedi.

Inoltre sull‘Italicum pende il giudizio di legittimità della Corte Costituzionale, rimandato al 24 gennaio per non turbare la consultazione. Dunque Mattarella avrebbe una ragione inoppugnabile per chiedere di attendere almeno la parola dei giudici prima di indire nuove elezioni.

Renzi, poi, ha la maggioranza dei democratici nel partito ma non in Parlamento. Non è escluso quindi che molti, eletti nel 2013 e vicini a Pier Luigi Bersani, possano voltargli le spalle.

Da non sottovalutare i mercati che, al momento indifferenti alla sconfitta di Renzi, potrebbero girare in negativo convincendo i parlamentari che serve stabilità nell‘immediato.

C‘è anche la possibilità che di fronte allo “strappo” di Renzi la minoranza Pd decida di rompere e creare un nuovo partito di sinistra, erodendo consensi.

Infine, un piccolo ma significativo dato. A metà settembre del 2017, 180 senatori e 438 deputati maturano i contributi necessari per aggiungere alla pensione un migliaio di euro lordi al mese da ex parlamentari.

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