4 dicembre 2016 / 23:07 / un anno fa

Renzi perde il referendum e consegna le dimissioni

ROMA (Reuters) - Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha perso il referendum costituzionale e presenterà oggi pomeriggio le dimissioni al Quirinale.

Come i sondaggi indicavano da mesi, la riforma che avrebbe dovuto togliere poteri al Senato e alle Regioni e rafforzare di fatto l‘azione del governo, è stata bocciata dagli elettori.

Prima gli exit poll, poi le proiezioni e infine i dati reali (con 43.606 sezioni scrutinate su 61.551 il ‘No’ è al 59,4% circa) hanno indicato una vittoria del ‘No’ con ampio margine.

Poco dopo mezzanotte, Renzi ha preso atto della situazione e ha annunciato che nelle prossime ore riunirà il Consiglio dei ministri e poi rassegnerà le dimissioni al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Per il premier più giovane della storia repubblicana, che è anche leader del Pd, è una sconfitta bruciante. Anche se si trattava di un referendum e non di elezioni politiche, il voto ha assunto i tratti di un plebiscito pro o contro Renzi e il “cambiamento” che aveva proposto in 1.000 giorni di governo.

Renzi si è assunto la responsabilità piena della sconfitta, ha rivendicato la scelta della riforma e ha detto che va via “senza rimorsi”.

Mattarella dovrà valutare se ci sono le condizioni per formare un nuovo governo o se andare ad elezioni anticipate.

Renzi, che nel suo intervento notturno è sembrato escludere l‘ipotesi di poter restare a Palazzo Chigi, ha detto che spetta ai partiti del ‘No’ proporre una nuova legge elettorale dal momento che quella attuale non copre il Senato.

Il leader del M5s Beppe Grillo ha chiesto di tornare rapidamente al voto, anche utilizzando alla Camera l‘Italicum, legge elettorale con doppio turno che Grillo in passato ha sempre avversato ma che secondo gli esperti potrebbe dare la vittoria ai grillini.

LE ATTESE DEI MERCATI

Il voto è stato interpretato dai mercati e da altri leader europei come una possibile minaccia per la stabilità in Italia e in Europa, dopo la Brexit e la vittoria di Donald Trump alla Casa Bianca.

Gli investitori e i partner Ue temono che l‘esito del referendum possa fermare il cammino delle riforme, rendere più difficile la ricapitalizzazione di alcune banche, a partire da Mps, e insidiare anche la stabilità della zona euro.

Mps terrà domani una riunione con le banche del consorzio per valutare se ci sono le condizioni di mercato perchè il piano di ricapitalizzazione da 5 miliardi vada avanti.

Subito dopo la diffusione dei primi exit poll l‘euro è sceso da 1,0612 a 1,0580 dollari.

Dunque il risultato del referendum sembra destinato a provocare un riflesso negativo sull‘apertura delle borse, anche se la vittoria alle presidenziali austriache dell‘ecologista Alexander Van Der Bellen sul nazionalista Norbert Hofer, fortemente critico sulla Ue, potrebbe stemperarne gli effetti.

ROTTAMATORE ROTTAMATO?

Era stato proprio Renzi a dire, fino a qualche mese fa, che avrebbe lasciato la politica se la riforma costituzionale non fosse passata. Poi, dopo essersi reso conto di aver personalizzato pericolosamente lo scontro, aveva corretto il tiro spiegando che il suo destino personale non era importante, e che comunque non si trattava di un voto sul governo.

Nelle ultime settimane aveva aggiunto che intendeva rimanere solo fino a che gli fosse stato possibile “cambiare le cose”, escludendo la sua partecipazione a “governicchi” tecnici.

Oggi, però, ha fatto quello che aveva promesso all‘inizio.

Renzi, che è arrivato a Palazzo Chigi nel febbraio 2014 dopo aver vinto le primarie del Pd e aver sfiduciato il suo compagno di partito Enrico Letta, conserva la maggioranza in Parlamento (netta alla Camera, più stretta al Senato) grazie all‘alleanza con l‘Ncd e altri gruppi centristi.

Ma per l‘ex Rottamatore, che ha basato la sua rapida ascesa proprio sulla contestazione della “vecchia politica”, su un linguaggio “pop”, sulla figura di decisionista, limitarsi a stare a galla in attesa di elezioni anticipate l‘anno prossimo sembra intollerabile.

“Non resterò a vivacchiare”, ha più volte ripetuto nelle scorse settimane.

Nella primavera del 2014 Renzi era riuscito a portare il Pd al 40% alle elezioni europee. Ma, dopo un costante calo di popolarità del governo, dalle ultime amministrative della scorsa primavera il partito di centrosinistra era uscito male, perdendo la guida di città importanti come Roma e Torino, andate al M5s.

Il referendum, vissuto praticamente come un “uno contro tutti” - con le opposizioni per il no, dalla destra alla sinistra - segna ora una importante battuta di arresto per Renzi, a cui avversari interni e anche sostenitori rimproverano da tempo la “solitudine” al comando.

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