7 novembre 2016 / 15:29 / un anno fa

Renzi esclude governo tecnico se vince il no, nel Pd scontro duro

ROMA (Reuters) - Matteo Renzi ha tuonato contro la possibilità di un governo tecnico alla Leopolda di Firenze e oggi è toccato a Carlo Calenda, ministro dello sviluppo e tra i più vicini al premier ribadire il concetto.

Il premier Matteo Renzi. REUTERS/Remo Casilli

“Credo e spero che la stagione dei governi tecnici sia finita. Lo dice uno che è tecnico, ma la guida del governo deve essere politica in frangenti difficili”, ha spiegato il ministro con un passato da manager.

Ieri alla Leopolda di Firenze Renzi aveva bollato l‘ipotesi di un governo tecnico come di un “governicchio” che a suo dire si troverebbe a gestire gli importanti appuntamenti del 2017, dall‘anniversario dei Trattati di Roma al G7, se il no vincesse.

I sondaggi danno ancora in vantaggio i no al referendum sulla riforma della Costituzione, anche se il numero degli indecisi resta molto alto.

Il rifiuto di un eventuale governo tecnico da parte di Renzi può essere letto in modi diversi.

Se prevalesse il no, il leader del Pd, principale partito in Parlamento, punterebbe ad elezioni prima della scadenza naturale del 2018. Potrebbe quindi decidere di dimettersi per riottenere un nuovo incarico dal capo dello Stato, oppure puntare su un governo breve guidato da uno dei suoi ministri o anche pensare a un governo di coalizione.

Ma con quale legge elettorale? Oggi i sondaggi dicono che con questo Italicum, legge in vigore da soli quattro mesi e mai applicata, il governo andrebbe al M5s. La legge elettorale è destinata a cambiare comunque vada il referendum?

Ieri su questo fronte c‘è stato un passaggio importante. Alla Leopolda, Renzi ha convinto Gianni Cuperlo, ex suo sfidante alle primarie per il Pd, a votare sì in cambio della riforma della legge elettorale.

Il breve documento approvato da una task force composta dai vertici democratici e dallo stesso Cuperlo chiede in sostanza una revisione dell‘Italicum. Si passerebbe dal ballottaggio al turno unico, il premio di maggioranza potrebbe andare alla coalizione e non più alla lista, e ci sarebbe un sistema di piccoli collegi. Il tutto però, dice il testo, non prima del referendum.

Queste modifiche e soprattutto questo timing non sono bastate alla minoranza Pd che fa capo a Bersani. L‘ex segretario ha respinto l‘accordo e annunciato il no al referendum.

L‘effetto è di un partito spaccato, descritto dai cori della di parte della platea fiorentina a cacciare dal Pd la minoranza, riaprendo lo spettro di una scissione.

“Io dico ‘dentro, dentro’, ma se il segretario dice ‘fuori fuori’ bisognerà anche rassegnarsi a un certo punto”, ha scritto lo stesso Bersani sulla sua pagina Facebook.

Alla direzione del partito, non c‘è ancora una data fissata, spetterà un giudizio ufficiale sulla nuova versione dell‘Italicum da proporre poi agli altri partiti.

(Massimiliano Di Giorgio)

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