3 novembre 2016 / 16:52 / in un anno

Bank of China rientra in udienza preliminare riciclaggio, Mef parte civile

FIRENZE (Reuters) - Bank of China rientra nell‘udienza preliminare per riciclaggio in corso a Firenze, dalla quale era uscita lo scorso  aprile per una questione procedurale.

Lo riferisce una fonte legale.

Nell‘udienza odierna, secondo quanto riferito dalla fonte, il giudice ha accolto la richiesta di costituzione di parte civile avanzata dal Ministero dell‘Economia.

In una nota inviata a Reuters, la società dice di avere sempre operato “nel pieno rispetto della normativa antiriciclaggio italiana e internazionale” e spiega che “la decisione del pm di ribadire la precedente richiesta di rinvio a giudizio per Bank of China e i suoi 4 dipendenti è un passaggio tecnico che deriva dal recente annullamento della precedente richiesta di rinvio disposta dal gup”. 

Lo scorso 20 aprile, il giudice per l‘udienza preliminare aveva annullato la richiesta di rinvio a giudizio per la banca e quattro suoi dirigenti, che erano quindi retrocessi allo status di semplici indagati. Durante l‘estate la procura ha riformulato la richiesta di rinvio a giudizio e il giudice ha deciso oggi di far rientrare la banca nell‘udienza preliminare, che nel frattempo è andata avanti per gli altri imputati.

Sulla richiesta di rinvio a giudizio dovrà adesso pronunciarsi il gup. La prossima udienza è in programma per il 23 novembre.

Sempre secondo quanto riferito dalla fonte legale, il giudice ha rigettato nuovamente un‘altra richiesta di trasferimento del processo a Bologna.

L‘udienza preliminare dell‘inchiesta, chiamata ‘Fiume di denaro’, vede imputate oltre alla banca quasi 300 persone, per la maggior parte cittadini cinesi. La procura ipotizza il riciclaggio di oltre 4,5 miliardi di euro dall‘Italia verso la Cina e ritiene che questa somma sia il provento di altri reati come evasione fiscale, contraffazione, appropriazione indebita aggravata e sfruttamento di manodopera clandestina.

La procura ipotizza che il denaro sia stato trasferito illegalmente dall‘Italia alla Cina attraverso la filiale di Milano di Bank of China, fra il 2006 e il 2010, da cinesi residenti principalmente nel distretto di Prato e a Firenze.

Secondo l‘accusa, il denaro venne inviato in Cina utilizzando il servizio di trasferimenti finanziari Money to Money e suddiviso in piccole somme per non destare sospetti.

I magistrati ipotizzano che i quattro funzionari dell‘epoca della filiale di Milano di Bank of China non abbiano segnalato i movimenti sospetti e avrebbero aiutato a coprire origine e destinazione dei fondi.

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