14 dicembre 2015 / 09:20 / 2 anni fa

ANALISI - Venture capital Italia, innovazione si fa strada a fatica, ma cresce

MILANO (Reuters) - Eppur si muove. Lentamente, partendo da dimensioni lillipuziane, svicolando all‘interno di un quadro burocratico-normativo che migliora ma resta ancora intricato, prescindendo dall‘apporto del mondo corporate, il venture capital made in Italy prova a crescere e a spingere verso l‘innovazione il paese.

E’ quanto emerge da un giro d‘orizzonte compiuto da Reuters tra alcuni dei principali protagonisti dell‘industria.

PICCOLI NUMERI MA E’ BOOM DI STARTUP

Partiamo dai numeri. Nel primo semestre, secondo i dati Aifi, le operazioni di early stage hanno registrato un ammontare di appena 20 milioni.

Il numero di nuovi imprenditori, giovani soprattutto, però, continua ad aumentare. Nel 2014 l‘osservatorio Cerved-Italia Startup ha censito 171.000 nuovi imprenditori, di cui oltre la metà ha meno di 35 anni. Nello stesso anno sono state fondate 1.256 start-up innovative (+36%). Secondo Stefano Firpo, direttore generale del ministero dello Sviluppo Economico, le imprese innovative registrate nell‘apposito elenco hanno così superato quota 4.800.

Questo boom di start-up è conseguenza, secondo molti osservatori, di una guerra generazionale. La ‘meglio gioventù’ si vede sbarrate le porte del mondo del lavoro e, così, è indotta a mettersi in proprio. E’ vero, però, per converso, che neolaureati brillanti, che troverebbero facilmente un posto di lavoro sicuro, se non in Italia all‘estero, preferiscono l‘incerto di dare vita ad una start-up.

“C‘è un buonumore complessivo, dinamismo e positività”, spiega Andrea Di Camillo di P101, operatore che si avvia a completare la raccolta di un fondo da 70 milioni. “Ora c‘è attenzione, a volte anche non sollecitata. E c‘è uno stock assoluto di start-up e società innovative di altissima qualità”.

Nulla di paragonabile, insomma, alla bolla speculativa del Web di quindici anni fa, poi sgonfiatasi velocemente. Con un contraccolpo sugli investimenti, durato anni, che, però, non ha impedito una storia di successo come quella di Yoox.

Il fermento è testimoniato dalla nascita di VentureUp, il portale dedicato agli investimenti in società innovative promosso da Aifi. E dal maggior ruolo di volàno degli investimenti che vogliono assumere Cdp e Fondo Italiano di Investimento (Fii).

Non solo. Con lo sbarco di H-Farm, sono tre le piattaforme di co-working, incubatori e acceleratori che sono quotati a Piazza Affari. Quattro se consideriamo Banzai assimilabile a un incubatore.

Inoltre, il venture made in Italy sta assumendo peculiarità distintive. Secondo le parole del compianto Enrico Gasperini, tra i padri del digitale in Italia e fondatore di Digital Magics, “in Italia si svilupperà un ecosistema diverso dalla Silicon Valley, distribuito sul territorio e fondato sul modello dei club deal, con il coinvolgimento di famiglie e individui”.

CRESCONO LE DIMENSIONI DEI FONDI

Il venture capital made in Italy, a questo punto, pare prepararsi ad un salto di qualità dimensionale.

Valentina Bocca, chief investment officer di Quadrivio Capital, afferma che la Sgr ha in progetto un nuovo fondo di venture capital, con target oltre i 100 milioni. “Il focus”, dice “sarà puntato sui nuovi materiali e sul biomedicale, con spazio residuale per altre aree, tra cui il digital”.

Obiettivo di raccolta importante anche per Vertis: 80 milioni. Nicola Redi, investment director venture capital della Sgr, spiega che il fondo “sarà focalizzato sulla robotica, sul trasferimento di tecnologia. Ci poniamo come tramite tra il mondo accademico e il mercato. Il clima non è certo quello di dieci anni fa”, aggiunge.

MONDO CORPORATE ASSENTE E CONSERVATORE

Ricapitolando: ci sono talenti e voglia di fare imprenditoria, il contesto istituzionale (università, governo, casse previdenziali) è in movimento, ci sono operatori solidi e con expertise, sembra in arrivo l‘equity.

“Siamo ancora sottocapitalizzati, ma ci sono nuovi fondi che stanno facendo bene e possono rappresentare uno degli architravi dell‘ecosistema”, risponde Massimiliano Magrini di United Ventures, un fondo da 70 milioni. Magrini si rivolge anche all‘estero e lo vede come un fatto positivo “perché significa che si sta avendo successo negli investimenti early stage”.

Fausto Boni, general partner di 360 Capital, è abituato a fare la spola tra Italia e Francia, i due paesi in cui investe. “Storicamente la Francia è sempre stata più vivace. In Italia qualcosa è stato fatto, ma è ancora un mercato piccolo. Un nostro fondo ‘seed’ ha cinque soci corporate francesi”, dice, per sottolineare l‘assenza delle aziende in Italia.

Anche Luigi Capello, fondatore e Ceo di LVenture, lamenta l‘assenza delle imprese, ma, aggiunge, che il dialogo “va meglio rispetto a qualche tempo fa”.

Paolo Ainio, fondatore di Banzai, argomenta: “Manca lo strato successivo alla start-up, l‘investimento di qualche milione”. Ed è assente il coinvolgimento del mondo corporate.

Capello, infine, indica alcune strade per agevolare l‘industria, ovvero “aumentare il credito fiscale per gli investitori e semplificare il crowdfunding”.

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