April 6, 2011 / 5:30 PM / 8 years ago

SINTESI - Geronzi, a 76 anni la sconfitta più cocente

MILANO, 6 aprile (Reuters) - Meno di un anno è durata la parabola di Cesare Geronzi alle Assicurazioni Generali. A 76 anni, dopo essere passato sostanzialmente indenne da condanne giudiziarie e da conti non brillanti delle banche da lui guidate, Geronzi subisce il suo più grande smacco professionale ed esce dimissionario dallo scontro con il management triestino e dal principale azionista, quella Mediobanca (MDBI.MI) pure presieduta per tre anni. Eppure il banchiere è stato capace di resistere all’onda che nel 2005 ha travolto l’allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio, per lunghi anni suo protettore.

Ugualmente è stato capace di uscire da Capitalia, la creatura di 20 anni della sua carriera non in grado di reggere da sola la fase dei grandi consolidamenti bancari, barattandone la cessione a Unicredit (CRDI.MI) con la nomina al vertice di Mediobanca.

Anche a Mediobanca, dove pure era considerato un corpo estraneo, se ne è andato dopo tre annu di sua iniziativa, reputando il passaggio a Generali una ennesima crescita.

Questa volta invece l’innesto non ha retto. Geronzi non ha saputo contrapporsi ai cambiamenti degli equilibri in atto e ha dovuto lasciare la presidenza della compagnia triestina. [ID:nLDE7351E4].

La scelta di presiedere una compagnia assicurativa, pur sapendo di non sapere, non si è rivelata azzeccata. Il tentativo, sotterraneo ma non troppo, di liberarsi dell’AD Giovanni Perissinotto è fallito e si è accompagnato a invasioni di campo, rispetto alle sue deleghe, che hanno indispettito gli azionisti.

Perissinotto ha mediato in alcune occasioni - come la concessione per Citylife di un’opzione put favorevole a Fondiaria Sai FOSA.MI, soggetto debole nonchè concorrente - ma alla fine la ripetuta volontà di Geronzi di pesare al di là delle sue effettive deleghe non ha trovato, come in passato, molti alleati.

L’intervista di febbraio al Financial Times con l’ipotesi di investimenti delle Generali nel Ponte sullo Stretto di Messina e nelle banche lo ha allontanato da management e azionisti della compagnia. In primo luogo Mediobanca, che ha nel consiglio di amministrazione i massimi rappresentanti del suo management, memori degli scontri milanesi con Geronzi e con le sue logiche così diverse da quelle storiche di Piazzetta Cuccia. La forza delle relazioni messa davanti al primato della redditività questa volta si è scontrata con la storia delle Generali, con un mercato insensibile se non negativo, e con azionisti impegnati nella costruzione di scenari diversi.

In primo luogo Diego Della Valle, disposto a esporsi ripetutamente con un codice lontano anni luce da quelli a cui è abituato il salotto buono della finanza italiana. Ma anche altri, che hanno evitato di consigliare pubblicamente al presidente di Generali la pensione, ma si sono mossi per la creazione dell’epoca post-Geronzi.

Uno scenario in realtà molto complesso e di cui non si possono ignorare gli intrecci con il ridisegno del potere politico e finanziario in Italia. Ma che intanto mostra una caduta che sino a ieri ai più sembrava impossibile.

Luca Trogni

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