December 4, 2019 / 8:26 PM / 2 months ago

Viadotti, controlli falsati su pressioni Aspi in interesse Atlantia - giudici Riesame

MILANO, 4 dicembre (Reuters) - Gli omessi controlli e i falsi report sui viadotti autostradali attribuiti alla responsabilità di tecnici e dirigenti Spea sono stati commessi a partire dal 2013 su pressione di Aspi e nell’interesse di Atlantia.

E’ la sintesi di quanto hanno scritto i tre giudici del Tribunale del Riesame di Genova nelle 75 pagine dell’ordinanza depositata ieri e letta da Reuters con cui hanno accolto l’appello della procura e hanno disposto le misure cautelari interdittive per 10 tecnici e dirigenti di Spea, società del gruppo Atlantia, fino al 22 ottobre responsabile di sicurezza e manutenzione della rete autostradale.

Il Tribunale scrive fra l’altro nel suo provvedimento che le pressioni di Aspi sugli esiti da far emergere dalle verifiche sulla sicurezza “avrebbero indotto i dirigenti di Spea addirittura a registrare conversazioni e riunioni con alti dirigenti di Aspi”, e che la politica aziendale della società che doveva fare i controlli era esclusivamente “volta a favorire gli interessi del gruppo Atlantia”.

L’inchiesta è il cosiddetto fascicolo bis, nato dall’indagine sul crollo del ponte Morandi che il 14 agosto 2018 ha provocato la morte di 43 persone, che ipotizza il reato di falso sui controlli a diverse decine di ponti autostradali della rete gestita da Aspi, gruppo Atlantia.

Ora, dopo il deposito delle motivazioni del Riesame, l’ex AD di Spea Antonino Galatà e gli altri nove fra dirigenti e tecnici della società potranno fare ricorso in Cassazione per evitare che le misure interdittive diventino esecutive.

Un portavoce di Atlantia e Aspi, interpellato da Reuters, non commenta le motivazioni dei giudici. Anche Spea, attraverso una portavoce, non ha voluto commentare.

Sul proprio sito Autostrade per l’Italia precisa che “a valle della privatizzazione (2000) Autostrade per l’Italia è stata sempre conforme rispetto agli impegni convenzionali, con un consuntivo di spesa in manutenzione nel periodo 2000-2018 di 5,430 miliardi di euro, pari a circa 196 milioni di euro di costi di manutenzione in più rispetto agli impegni di spesa previsti in Convenzione (5,234 miliardi di euro)”.

In particolare il provvedimento dei tre giudici riguarda i presunti omessi controlli sui viadotti autostradali liguri Bisagno e Veilino “almeno a partire dal 2013”. In sostanza la procura e la Guardia di Finanza di Genova sostengono che, nonostante fosse imposto dalla normativa, nessuno sia mai entrato nei cosiddetti “cassoni” che compongono i ponti, e tecnici e dirigenti abbiano semplicemente copiato le relazioni degli anni precedenti.

“FALSO SPUDORATO, A RISCHIO INCOLUMITA’ PUBBLICA”

“Emergono plurimi elementi... che dimostrano come le indagini ispettive non abbiano avuto ad oggetto anche l’interno degli impalcati-cassoni, almeno a partire dall’anno 2013” nonostante “tale accesso fosse in realtà obbligatorio”, scrivono i giudici.

“Al fine di consentire ai dipendenti di accedere a tali spazi Spea avrebbe dovuto erogare i corsi di formazione ed attivare le correlate procedure”.

Invece, si legge, Spea emise istruzioni “che di fatto escludevano l’accesso ai cassoni... inibendo l’accesso dei tecnici all’interno dei cassoni dal 2013” e imponendo “di non inserire alcunché alla voce ‘osservazioni’ nelle relazioni ispettive”. Fino al 2013, scrivono i giudici, i tecnici potevano scrivere alla voce ‘osservazioni’ il fatto di non poter accedere ai cassoni.

In assenza di ispezioni all’interno delle strutture, scrivono ancora i giudici, si procedeva “con la mera conferma della votazione precedente”.

“Avere ricopiato nei rapporti trimestrali i medesimi difetti ed i medesimi contenuti nei verbali precedenti - si legge nelle motivazioni del Tribunale - accampando la giustificazione che non si poteva entrare nei cassoni... integra una condotta di falso ideologico in atto pubblico... il che si è risolto, di fatto, nel fornire una posticcia copertura formale a gravissime inerzie protratte per anni, fonte di potenziali rilevantissimi pericoli per la sicurezza dei trasporti e la stessa pubblica incolumità”.

“E’ un falso quanto mai spudorato, perché il Manuale di Sorveglianza disciplina espressamente il caso in cui sia impossibile eseguire l’ispezione, imponendo di inserire l’indicazione delle opere non ispezionate e i motivi dell’impedimento”.

Anche i vertici di Spea, scrivono i giudici, avevano “la piena consapevolezza che non si entrava nei cassoni”.

“Invece la situazione è rimasta immutata per anni; e sussistono fondati elementi per ritenere che ciò rispondesse ad una precisa logica aziendale mirata alla riduzione degli oneri economici, oltre che alla volontà di mantenere un’apparenza di perfetta funzionalità della rete autostradale in concessione”.

“CONDOTTE PER OCCULTARE VIOLAZIONE CONVENZIONE CON LO STATO”

E’ a questo punto che il collegio giudicante, presieduto da Massimo Cusatti e composto dai colleghi Cristina Dagnino e Simonetta Colella, chiama in causa le responsabilità della capogruppo.

“La condotta... ha consentito che non emergessero le gravi problematiche... evitando per Spea e per lo stesso gruppo Atlantia in generale, di incorrere nella violazione della normativa di settore nonché della convenzione con lo Stato rivelando, com’era doveroso, le condizioni di grave insicurezza di svariati punti della rete autostradale, sì da innescare le prevedibili e non auspicabili reazioni dell’organo pubblico di vigilanza”.

I tre giudici insistono scrivendo di “un contesto ambientale costituito dai rapporti fra Aspi e Spea, entrambe appartenenti al gruppo Atlantia, e pertanto legate ai medesimi interessi della società controllante che, come dimostra il tenore di varie conversazioni intercettate, paiono proiettati a una logica di risparmio sui costi di manutenzione, ad esempio attraverso l’arbitraria qualificazione in interventi locali di quelli in realtà strutturali; oppure mediante il mantenimento di voti bassi nelle relazioni trimestrali di Spea proprio per trasmettere un’immagine di efficienza della rete, evitando sia impegnativi interventi di manutenzione, sia drastiche decisioni dell’organo pubblico di controllo come la chiusura di tratte autostradali”.

“Anzi - scrivono ancora - risulterebbe che proprio le pressioni di Aspi sulle decisioni di Spea avrebbero indotto i dirigenti di Spea addirittura a registrare conversazioni e riunioni con alti dirigenti di Aspi”.

Ma non basta. “Anche in pieno svolgimento delle indagini e dopo gli avvisi di garanzia si registrano comportamenti allarmanti... rilevando quale unica preoccupazione, ancora una volta, quella di nascondere aspetti di verità per contenere il più possibile i confini delle responsabilità sia proprie sia aziendali”.

Il Tribunale del Riesame insiste poi definendo la politica aziendale di Spea “volta a favorire gli interessi del gruppo Atlantia, determinando per anni, da un lato il ritardo e/o l’omissione nelle varie attività necessarie al fine di consentire adeguate azioni di sorveglianza sulle opere e, dall’altro, la sistematica falsificazione dei verbali e delle relazioni trimestrali”.

“I reati sono gravi - concludono i giudici - commessi con ripetizione nel tempo, anche dopo il crollo del viadotto Polcevera, a dimostrazione della allarmante indifferenza al rispetto della normativa a vantaggio di logiche e indirizzi della struttura societaria di appartenenza”.

Tutto questo, continua l’ordinanza “a scapito della prioritaria finalità di assicurare la protezione della sicurezza pubblica, affidata dall’ente pubblico concedente per il tramite della concessione”. (Emilio Parodi, in redazione a Milano Silvia Aloisi)

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