July 24, 2019 / 5:15 PM / 4 months ago

Eni Nigeria, per difese superfluo controesame ex manager imputato-accusatore dopo video

MILANO, 24 luglio (Reuters) - Le difese di Eni, dell’AD Claudio Descalzi e di tutti gli altri imputati del processo sulle presunte tangenti in Nigeria hanno deciso oggi di rinunciare a controinterrogare l’ex manager del gruppo Vincenzo Armanna, imputato e insieme accusatore dei suoi ex vertici aziendali, dopo che il tribunale ha acquisito una registrazione audio-video che secondo i legali getterebbe nuove ombre sulla genuinità delle sue dichiarazioni.

In una nota ieri Eni ha definito il contenuto della registrazione “di estrema gravità” e “decisivo per il procedimento in corso”.

Nel colloquio intercettato Armanna, parlando con l’ex legale esterno dell’Eni Piero Amara - indagato nell’inchiesta sul presunto depistaggio per inquinare il procedimento “nigeriano” - riferendosi ad alcuni manager Eni dice “... è meglio se li tolgono... perché sono stati pesantemente coinvolti nella 245 (Opl 245 è il nome del giacimento petrolifero off-shore per il quale, secondo l’accusa, sarebbero state pagate le tangenti, ndr) e non escluderei che arrivi un avviso di garanzia... mi adopero perché gli arrivi...”.

Le difese hanno quindi dichiarato di ritenere inutile porre domande ad Armanna, riservandosi di depositare memorie e documenti in grado di smentire le sue ricostruzioni.

A chiedere all’ex manager di dar conto del contenuto di quella registrazione è stato così il pm Sergio Spadaro, che è partito proprio dalla data di quell’incontro, il 26 luglio 2014, mentre Armanna aveva dichiarato di aver conosciuto Amara solo dopo quell’estate.

L’ex manager ha risposto di essersi sbagliato, a causa di “un momento di emotività” nell’interrogatorio di due giorni fa, precisando di aver già dichiarato in altre sedi di averlo conosciuto prima, depositando documentazione a riprova, e aggiungendo che quello di quel 27 luglio non era nemmeno stato il primo incontro con l’allora legale esterno di Eni, che aveva videoregistrato il colloquio.

Armanna ha giustificato quell’incontro con la volontà di imbastire una trattativa con l’Eni, attraverso i buoni uffici di Amara, finalizzata alla partecipazione alla gara per alcuni blocchi petroliferi marginali nigeriani per conto di un fondo di investimento saudita per cui l’ex manager lavorava in quel periodo.

A domanda del pm, Armanna ha spiegato i numerosi riferimenti alla “valanga di merda” che avrebbe investito la sua ex società sull’affare nigeriano, con il fatto che in quel momento stava riversando tutte le informazioni in suo possesso ai giornalisti, e a corroborare le sue dichiarazioni ha depositato una serie di email e invio di documentazione ai media riferiti a quel periodo.

Ma perché nel colloquio ha usato l’espressione “mi adopererò perché arrivino avvisi di garanzia”, gli ha chiesto alla fine il pm.

“Quando mesi prima avevo ricevuto io l’avviso di garanzia, mi sono molto stupito che in mia compagnia non ci fossero i veri responsabili di quella operazione”, ha risposto Armanna al tribunale.

Il processo, dopo quattro udienze di fila dedicate all’esame dell’ex manager, è stato quindi aggiornato al prossimo 11 settembre, quando le difese saranno chiamate a elencare i testimoni che dovranno essere convocati.

Il procedimento in corso a Milano vede imputate le società Eni e Shell e altre 13 persone fra le quali l’AD Eni Descalzi (nella sua veste, all’epoca dei fatti, di direttore generale della divisione Exploration e Production), l’ex AD Paolo Scaroni e l’ex direttore esecutivo per esplorazione e produzione di Shell, Malcolm Brinded.

L’accusa ipotizza il pagamento di tangenti da 1,092 miliardi su complessivi 1,3 miliardi di dollari versati nel 2011 da Eni e Shell su un conto del governo nigeriano per il campo petrolifero Opl-245. Il periodo dei fatti contestati va dall’autunno 2009 al 2 maggio 2014.

Tutti gli imputati hanno sempre respinto le accuse, sottolineando che il prezzo dell’acquisto fu versato su un conto ufficiale del governo di Lagos e che il successivo trasferimento di gran parte del denaro su altri conti, in particolare su quello della società Malabu (che la procura indica appartenere all’ex ministro del Petrolio Dan Etete), era al di fuori della sfera d’influenza delle società acquirenti.

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