January 9, 2019 / 5:00 PM / 7 months ago

Eni-Shell Nigeria, difese lamentano possibile condizionamento testi in videoconferenza

MILANO, 9 gennaio (Reuters) - L’udienza di oggi del processo sulle presunte tangenti Eni e Shell in Nigeria, dedicata in gran parte all’audizione di due testimoni in videoconferenza dalla capitale nigeriana, ha ufficializzato il timore delle difese che le persone chiamate a testimoniare in video dalla sede dell’autorità investigativa ad Abuja possano essere oggetto di condizionamenti.

A suscitare i dubbi espressi dai legali, il fatto che i due testi fossero stati convocati e incontrati dalle autorità due giorni prima di deporre e che non fosse stato comunicato chiaramente che la prima opzione era quella di venire a deporre in aula a Milano e solo se impossibilitati, optare per la videconferenza dalla Nigeria.

In particolare gli avvocati Nerio Diodà (per Eni) e l’ex ministro della Giustizia Paola Severino (per l’AD Claudio Descalzi) hanno dichiarato ai giudici che la pre-convocazione sarebbe stata “un fatto molto grave, incompatibile con la nostra visione del processo penale, perché non siamo in grado di dire quale fosse l’obiettivo di questa convocazione... non ci sono garanzie che dietro non ci fosse un tentativo di preparazione della testimonianza”. I legali hanno quindi chiesto al collegio giudicante della settima sezione penale di revocare l’ordinanza con la quale era stata disposta la deposizione “da remoto”.

L’avvocato Diodà ha poi ricordato al presidente del collegio Marco Tremolada di averlo incontrato ieri pomeriggio, “riflettendo sulla possibilità teorica di andare direttamente in Nigeria” a sentire i testimoni.

Il presidente, tenendo a precisare che l’incontro di ieri con l’avvocato era finalizzato esclusivamente a ragionare di questioni organizzative, ha però deciso di andare avanti con la videoconferenza programmata, precisando che la pre-convocazione, come sostenuto dalla procura, “potrebbe collocarsi nell’ambito di una attività meramente organizzativa”, ma accogliendo in sostanza parte delle perplessità delle difese, chiedendo al termine dell’udienza al pm di assicurarsi che la prima opzione proposta ai testimoni sia quella di venire a Milano.

E’ iniziata così una travagliata videoconferenza che — fra la sostituzione dell’interprete in difficoltà nella traduzione simultanea con una interprete fornita da Shell, problemi di connessione, difficoltà di ricezione della voce, una lunga serie di domande preliminari da parte dei legali sull’accertamento dell’identità dei testimoni — si è protratta per circa cinque ore, con molti “non so” da parte del primo testimone, Bashir Adevuni, amministratore di una serie di società in rapporti con l’ex ministro del Petrolio Dan Etete, fra gli imputati.

Nel pomeriggio è stata la volta dell’audizione di un giornalista investigativo nigeriano, Idris Akimbaju, autore di una serie di articoli sulla vicenda Opl-245.

Prossima udienza il 16 gennaio, con altre videoconferenze.

Il procedimento in corso a Milano vede imputate le società Eni e Shell e altre 13 persone fra le quali l’AD di Eni Claudio Descalzi (nella sua veste, all’epoca dei fatti, di direttore generale della divisione Exploration e Production), l’ex AD Paolo Scaroni e l’ex direttore esecutivo per esplorazione e produzione di Shell, Malcolm Brinded.

L’accusa ipotizza il pagamento di tangenti per 1,092 miliardi di dollari su 1,3 miliardi di dollari versati nel 2011 da Eni e Shell su un conto del governo nigeriano per l’acquisto della licenza per l’esplorazione del campo petrolifero Opl-245 in Nigeria. Il periodo dei fatti contestati va dall’autunno 2009 al 2 maggio 2014.

Tutti gli imputati hanno sempre respinto le accuse, sottolineando che il prezzo dell’acquisto fu versato su un conto ufficiale del governo di Lagos e che il successivo trasferimento di gran parte del denaro su altri conti, in particolare su quello della società Malabu (che la procura indica appartenere all’ex ministro Etete), era al di fuori della sfera d’influenza delle società acquirenti.

Il 17 dicembre scorso, la Gup Giusy Barbara nelle motivazioni della sentenza con cui il 20 settembre aveva condannato due mediatori al termine di un processo abbreviato sulla vicenda, aveva sostenuto che le due società petrolifere fossero consapevoli delle tangenti.

(Emilio Parodi)

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