March 29, 2018 / 3:25 PM / 4 months ago

Italia ricco terreno di caccia per fondi attivisti

di Maria Pia Quaglia

MILANO, 29 marzo (Reuters) - Quando l’investitore attivista statunitense Elliott Advisers questo mese ha iniziato l’assedio a Telecom, la compagnia telefonica dominante in Italia, un brivido ha percorso il settore corporate del Paese.

Una volta abituata a risolvere i propri problemi senza scalpore, a porte chiuse, l’Italia corporate sta diventando sempre più preda di soci attivisti.

Investitori nordamericani e britannici, che preferiscono stili di investimento più aggressivi, stanno stabilmente costruendo una presenza in Italia dove la rete di partecipazioni incrociate si sta smantellando dopo la crisi finanziaria globale.

I fondi anglosassoni detengono il 60% della quota delle blue chip italiane in mano agli istituzionali, secondo Borsa Italiana, parte del London Stock Exchange Group.

La borsa italiana non fornisce paragoni storici ma gli esperti di corporate governance dicono che l’influenza di questi fondi è in crescita.

“Il mercato italiano sembra ormai maturo per l’attivismo, in particolare negli ultimi tre anni”, commenta Fabio Bianconi della società di consulenza sulla corporate governance Morrow Sodali.

“Gli attivisti in Italia, per esempio, spingono per una semplificazione del business con spin-off e dismissioni”.

Elliott ha dichiarato questo mese di avere una partecipazione di minoranza in Telecom sfidando l’azionista di controllo, la francese Vivendi, a lanciare un’importante ristrutturazione.

Tim ha perso oltre un terzo del suo valore di mercato da quando Vivendi ne ha rilevato per la prima volta una quota a metà 2015. Elliott, fondata dal pioniere degli hedge fund Paul Singer, vuole che Tim venda parzialmente la rete fissa, possibilmente attraverso la quotazione, e ha chiesto la sostituzione dei consiglieri nominati da Vivendi nel board della società telefonica.

Questa settimana è scoppiata una battaglia di attivisti nella società di infrastrutture tlc Retelit. Il fondo attivista tedesco Shareholder Value Management si è schierato contro i progetti di altri investitori di allontanare l’attuale AD e ha dichiarato il proprio sostegno all’attuale business plan.

CAMBIANO LE DINAMICHE

Il fondo attivista Amber capital ha portato avanti 10 campagne per migliorare la governance nelle società fra il 2015 e il 2017.

“La struttura degli azionisti delle società italiane è diventata meno concentrata: quando la crisi finanziaria ha iniziato a ostacolare i prestiti delle banche, gli azionisti di controllo sono stati obbligati a collocare alcune delle loro quote presso investitori istituzionali”, dice Arturo Albano, corporate governance specialist ad Amber Capital.

Il peso degli investitori istituzionali nelle aziende italiane è più che raddoppiato negli ultimi 20 anni, secondo i dati di Bankitalia. E la loro partecipazione nelle assemblee è crsciuta di pari passo.

Fino al 2010, quando una legge ha chiarito la questione dei diritti di voto, non era chiaro, per l’azionista che muoveva le azioni nelle settimane che precedevano l’assemblea, se poteva votare o meno.

La legge ha introdotto una “record date”, di solito fissata in sette giorni lavorativi antecedenti l’assemblea e questo ha dato ai fondi certezza su quanti voti possano esprimere.

“Adesso siamo nella posizione di poter appoggiare le proposte di altri azionisti, incluse anche quelli degli investitori attivisti”, sottolinea Albano.

In Italia, tuttavia, l’attivismo dei soci ha ancora parecchi ostacoli da affrontare perché le famiglie che controllano le aziende sono pari al 33% di tutto il valore del mercato azionario e possono bloccare le iniziative dei fondi attivisti.

A questo si aggiunge il diritto di veto - il cosiddetto “golden power” - del governo italiano che ha partecipazioni indirette in alcune delle più importanti aziende del Paese quotate e può bloccare i cambi di controllo.

Nel 2009 il fondo attivista Usa Knight Winke chiese di cedere alcune parti del colosso petrolifero Eni, di cui il Tesoro detiene una quota di riferimento, ma solo tre anni dopo Eni ha effettivamente realizzato lo spin off di Snam uscendo dal settore del trasporto del gas e cedendone il controllo alla Cdp.

“Il rischio politico è qualcosa che i fondi attivisti stanno iniziando a conoscere dopo l’esperienza di Knight Winke con Eni”, sottolinea l’esperto di finanza della Bocconi, Hannes Wagner.

Lo scorso anno Wagner ha pubblicato un’analisi dettagliata di 1.740 coinvolgimenti dei fondi attivisti in società quotate di 16 Paesi fra il 2000 e il 2010 ed è giunto alla conclusione che circa il 13% delle aziende italiane ha avuto a che fare con l’attivismo dei soci.

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