May 18, 2018 / 12:10 PM / 2 months ago

Npl, contratto M5s-Lega contrario a recupero forzoso inquieta società settore, forti cali in borsa

di Massimo Gaia

MILANO, 18 maggio (Reuters) - Il testo definitivo del contratto di governo tra Movimento cinque stelle e Lega inquieta operatori ed esperti del settore del recupero crediti, dal momento che prevede la soppressione delle norme sull’azione nei confronti dei debitori senza la preventiva autorizzazione della magistratura. E le società quotate che operano nell’industria del recupero crediti e dei non performing loans soffrono, toccando in borsa i minimi da oltre un anno.

Nel capitolo del contratto intitolato ‘Banca per gli investimenti e risparmio’, laddove si parla di tutela del risparmio, si legge: “In materia di recupero forzato dei crediti da parte di banche e società finanziarie, intendiamo sopprimere qualunque norma che consenta di poter agire nei confronti dei cittadini debitori senza la preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria”.

Il passaggio lascia spazio ad interpretazioni. Ma, di per sé, mette in agitazione il comparto del recupero crediti e, secondo l’industria del settore, prefigura un possibile inasprimento dei criteri e dei costi di concessione dei prestiti con una ricaduta negativa sull’economia reale.

“Ci potrebbe avvicinare al contesto greco”, commenta Giovanni Viani, partner di Oliver Wyman. “Dovrebbe implicare maggiori difficoltà e tempi di recupero più lunghi, quindi un calo dei valori degli npe”.

A Piazza Affari le società che operano nel recupero crediti sono in decisa sofferenza. Attorno alle 13,40 Banca Ifis arretra del 3,96%, a 29,1 euro, dopo aver toccato un minimo di 29,02 euro, nuovo punto più basso da febbraio 2017; Cerved cede il 3,44%, a 9,2650 euro, dopo aver toccato un minimo di 8,88 euro, punto più basso da marzo 2017; doBank perde il 4,47%, a 10,89 euro, dopo aver toccato un minimo di 10,86 euro, nuovo punto più basso dal settembre scorso; Banca Sistema cede il 3,74% a 2,06 euro, toccando i minimi da febbraio 2017.

Secondo Christian Arsenio, amministratore delegato di Distressed Technologies, “non si capisce se il riferimento sia a quelle forme di recupero consensuale in via telefonica”.

“Ecco, se per assurdo l’intenzione fosse quella di imporre un passaggio autorizzativo prima di poter chiamare il debitore, allora si renderebbe l’azione di recupero — penso soprattutto ai portafogli granulari — più lunga, più costosa e più incerta” aggiunge. “Se cosi fosse, il mark to market dei non performing e degli unlikely to pay ne soffrirebbe drasticamente, provocando una battuta d’arresto nel processo di delaveraging dei nostri istituti”.

Simile la posizione del manager di una società di gestione del credito, che preferisce mantenere l’anonimato. La proposta “in linea di principio, avrebbe degli impatti notevoli sul settore, ma bisognerà vedere come si concretizzerà, in quali norme”.

“Se ogni credito avrà necessità di un decreto ingiuntivo come potrà la macchina giudiziaria sopportarlo? Sarebbe oltretutto in antitesi con le finalità di snellimento delle procedure giudiziarie” prosegue. “Banche e società finanziarie si porrebbero più domande sulla convenienza di concedere un prestito, con un impatto sui costi. L’intera filiera del settore potrebbe risentirne: le società che fanno mera phone collection stragiudiziale, per esempio, potrebbero vedere stravolta la loro operatività”.

Bernadette Accili, socio dello studio legale Lms, a sua volta parla di “testo chiaramente molto inquietante”.

Un esempio di titoli esecutivi che non hanno bisogno del via libera dell’autorità giudiziaria sono le cambiali: se venissero varate norme per ricorrere all’autorità giudiziaria per ogni cambiale”, prosegue Accili, “sarebbe un disastro per il sistema bancario, il credito si bloccherebbe. E il mercato degli npl crollerebbe”.

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