30 marzo 2010 / 09:59 / 8 anni fa

Milano, guru del web Liang difende creatività della pirateria

di Roberto Bonzio

<p>Lawrence Liang a Meet the Media guru con Maria Grazia Mattei. REUTERS/Ho</p>

MILANO (Reuters) - Nell‘uso delle nuove tecnologie, anche la pirateria può avere una carica libertaria e creativa. Ripensandone però il significato. E ricordando che mentre nei Paesi sviluppati si parla di legalità nel rispetto dei diritti di proprietà, la crescita, oggi dei Paesi in via di sviluppo, ieri di Paesi come gli Usa, è avvenuta all‘insegna dell‘illegalità, grazie anche alla pirateria.

E’ quante afferma un esperto mondiale dei diritti in Rete.

“Parliamo di pirateria pensando solo ai miliardi di dollari persi da Hollywood (per il mancato rispetto dei diritti). Credo invece che dovremmo farlo considerando anche effetti e benefici e sociali della pirateria”, ha detto in un‘intervista a Reuters Lawrence Liang, avvocato indiano di origini cinesi, esperto di proprietà intellettuale e creazione collaborativa dei contenuti, ospite ieri sera a Milano dell‘evento Meet the Media Guru organizzato da Mgm Communication di Maria Grazia Mattei.

Di pirateria si parla solo in termini di legalità, osserva lo studioso, mentre si dovrebbero esplorarne anche altri campi. Come la curiosità, l‘ispirazione e l‘idea di creatività, “in un senso di produzione non di elite”.

DAI PIRATI UN‘UTOPIA DI REDISTRIBUZIONE

Da questo punto di vista, osserva, se si vede la stessa storia sociale dei pirati del passato, “Erano essenzialmente libertari, espropriati di un bene comune... si sono ribellati a un sistema creando un‘alternativa, una sorta di utopia di redistribuzione”, dice. Qualcosa da tenere a mente, aggiunge, mentre nell‘era contemporanea è la tecnologia digitale a consentire “un‘equa redistribuzione del potenziale di produzione”.

Tra gli esempi, Liang cita proprio l‘India, ricordando che sino agli anni Settanta l‘industria discografica era in pratica monopolio di una sola società. Che per questo non si curava di musica di nicchie, né di forme e linguaggi locali. Ma la nascita di un‘altra azienda, tutta all‘insegna della pirateria, non solo ha messo fine in pochi anni al monopolio, dice. Distribuendo copie pirata prima delle originali, rielaborando liberamente canzoni e prodotti, mettendoli in vendita non in negozi specializzati ma in tutte le drogherie dietro l‘angolo, ha moltiplicato la produzione valorizzando anche artisti e prodotti locali, promuovendo così alla fine la diversità culturale.

Qualcosa di simile, aggiunge, è accaduto anche nel cinema indiano, dove una miriade di piccole case cinematografiche a basso budget hanno moltiplicato prodotti e potenzialità di realizzarli. Lanciando su un mercato oltre ai prodotti di Bollywood (industria cinematografica tradizionale indiana), una miriade di film “poveri” ma anche dvd di ogni provenienza.

“L‘azienda indiana nata come pirata è diventata la nuova monopolista... E questa è una storia vera per gli individui, le aziende e anche le nazioni”, afferma Liang. Convinto che gli Stati Uniti, oggi i più forti detentori di diritti di proprietà, si sono sviluppati all‘inizio dell‘Ottocento... “come principali ladri di tecnologie, unico modo per competere con l‘Europa”. Al punto, aggiunge, che secondo alcune interpretazioni il termine yankee si rifarebbe proprio alla parola olandese che indicava il pirata.

E oggi, aggiunge, “E la stessa storia per la Cina. Diventata una superpotenza in parte per la mancanza di regole sulla proprietà intellettuale, contenta di prendere tecnologie ovunque” mentre “ora comincia a tentare di proteggere le sue... dopo averne rubate tante”.

NUOVE TECNOLOGIE UN OPPORTUNITA’ NON UNA MINACCIA

Da sempre le nuove tecnologie, ricorda ancora Liang, vengono accolte come minacce. E’ accaduto per Napster (sistema di condivisione file musicali all‘inizio combattuto dall‘industria discografica) per la musica digitale, era successo nel diciannovesimo secolo con la diffusione di spartiti musicali, che si temeva avrebbero “ucciso” la musica. Poi è toccato ai video, considerati una minaccia per l‘industria cinematografica prima di capire le potenzialità di un nuovo mercato come l‘home video.

“E ora succede lo stesso con Internet , vogliono commercializzare il web nel timore che YouTube uccida i loro profitti”, dice. Mentre in realtà le nuove tecnologie hanno la capacità di trasformare i prodotti culturali in “sempreverdi”, cioè di rilanciarne il valore al di là della scadenza che avrebbero nei circuiti tradizionali.

Liang ammette di dissentire su questo punto con altri guru dei diritti in Rete, come l‘americano Lawrence Lessig. Perché lui ritiene di dover considerare la condivisione di diritti proprietari in un quadro più ampio di quello dei liberal americani. “Perché al di fuori del mondo sviluppato e liberale, dall‘Asia all‘America Latina all‘Africa è lo stesso sviluppo, delle città delle infrastrutture, dall‘accesso all‘elettricità o all‘acqua, ad avvenire all‘insegna dell‘illegalità”, dice.

Per questo, la pirateria non è solo illegalità, ha un significato diverso. E rifacendosi al filosofo francese Jacques Rancière, Liang riflette sul paradosso di un nuovo concetto di giustizia sociale. Dove più delle condizioni materiali, anche per le classi meno abbienti contano aspirazioni, desideri, potenzialità espressive.

Le tecnologie possono essere strumento per questa aspirazione, la pirateria un modo per ridistribuire queste condizioni in modo più equilibrato.

No, niente marxismo, dice. “E’ qualcosa più di Marx”.

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