23 marzo 2010 / 12:00 / tra 8 anni

Corte Ue: Google non viola il diritto dei marchi

(riscrive con reazioni, dettagli)

<p>Vetrina di Louis Vuitton in foto d'archivio. REUTERS/Eric Gaillard</p>

LUSSEMBURGO/LONDRA, 23 marzo Reuters) - Google non ha violato i diritti di Louis Vuitton e di altre due aziende consentendo agli inserzionisti online di acquistare parole di ricerca identiche ai nomi dei marchi.

Lo ha stabilito la Corte di giustizia europea, precisando che gli inserzionisti sono liberi di acquistare parole di ricerca identiche ai nomi dei marchi se i consumatori non sono confusi sulla provenienza di merci e servizi dal modo in cui vengono pubblicizzati online.

Secondo la Corte, nei casi in cui i consumatori potrebbero risultare confusi, i proprietari dei marchi dovrebbero far valere i propri diritti contro gli inserzionisti in questione e non contro Google.

La sentenza è favorevole al servizio di inserzioni per parole chiave AdWords -- cuore delle operazioni pubblicitarie online di Google che valgono 23 miliardi di dollari -- come anche al modo in cui rivali come Yahoo! vendono pubblicità, e dice ai proprietari dei brand come difendere i loro marchi.

“E’ una buona decisione in larga parte”, ha detto Fabian Ziegenaus, avvocato che si occupa di proprietà intellettuale da Linklaters.

“Non proibisce a Google di per sé di vendere parole chiave dei marchi, così il modello di business non è in ballo, e anche i proprietari dei marchi sono protetti grazie alla decisione”.

SODDISFAZIONE DA ENTRAMBE LE PARTI

Sia Google che Lvmh, società titolare del marchio Louis Vuitton, hanno salutato la sentenza come una vittoria.

In una nota, Google commenta che i marchi sono “un elemento indispensabile per le aziende per vendere e pubblicizzare i loro prodotti o servizi. Ma i diritti legati al marchio non sono assoluti”.

“Noi crediamo che il modo migliore per tutelare l‘interesse degli utenti sia permettere l‘accesso alla più ampia scelta di parole chiave possibile”, spiega la società, aggiungendo che “contrariamente a quanto affermato da alcuni, questo caso non riguarda la nostra volontà di rivendicare il diritto di ospitare messaggi pubblicitari di beni contraffatti. Google ha regole molto severe che vietano la pubblicità di falsi, poiché questa pratica si traduce in una cattiva esperienza per gli utenti”.

“Oggi - prosegue la nota - la Corte Europea di Giustizia ha confermato che Google non ha violato il diritto dei marchi nel consentire agli inserzionisti l‘acquisto di parole chiave corrispondenti ai marchi di impresa dei loro concorrenti. È stato anche confermato che la legge europea che protegge gli hosting service provider si applica anche al programma pubblicitario Google AdWords. È importante che sia stato ribadito questo principio fondamentale alla base del libero flusso di informazioni attraverso la Rete”.

A sua volta, Lvmh afferma in una nota che la decisione della Corte è stata salutata con favore perché stabilisce che un inserzionista non può utilizzare un marchio registrato come parola chiave senza il consenso del titolare.

“Siamo molto soddisfatti di questa decisione. Pensiamo che sia molto importante perché viene fissata in modo chiaro la responsabilità degli inserzionisti”, ha detto a Reuters il vicepresidente di Lvmh, Pierre Gode.

La sentenza, comunque, renderà più complicate per i proprietari dei marchi le azioni legali, perché dovranno agire contro gli inserzionisti uno per uno.

I titolari di marchi sono preoccupati dal fatto che il servizio di inserzioni per parole chiave di Google, AdWords, in cui gli inserzionisti usano parole chiave uguali a quelle dei marchi, possano minare i loro compensi. Temono anche di perdere il controllo dei loro marchi a vantaggio di merci contraffatte che potrebbe danneggiare la loro reputazione o confondere e allontanare i consumatori.

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