9 marzo 2010 / 10:18 / tra 8 anni

Da Italia ad Australia il cyberbullismo scuote Google e Facebook

di Dan Whitcomb

<p>Un utente fa ricerche su Google. REUTERS/Darren Staples (BRITAIN)</p>

LOS ANGELES (Reuters) - Internet è stata costruita sulla libertà d‘espressione. La società vuole che quando si abusa di questa libertà qualcuno sia considerato responsabile. E le principali aziende di Internet come Google e Facebook si trovano ora imprigionate tra questi due ideali.

Anche se Google, Facebook ed altri loro rivali hanno goduto relativamente di una “porto franco” dall‘essere perseguite per contenuti prodotti dagli utenti negli Usa e in Europa, hanno di fronte un pubblico che è sempre più propenso a considerarle responsabili si episodi di cyberbullismo ed altre violazioni online.

E’ quanto accaduto con la condanna di tre dirigenti di Google da parte del tribunale di Milano, lo scorso 24 febbraio per un video di bullismo postato su YouTube, sentenza accolta con allarme dagli attivisti del web, che temono possa aprire le porte a questo tipo di persecuzioni ed alla fine a distruggere la stessa Internet.

Il giornalista Jeff Jarvis ha suggerito sul suo influente blog BuzzMachine che il tribunale italiano, che ha riconosciuto colpevoli i dirigenti di Google di aver violato la legge della privacy per un ragazzo autistico maltrattato nel video, significa essenzialmente richiedere ai siti web di controllare tutto quello che pubblicano.

“L‘implicazione pratica di questo, naturalmente, è che nessuno consentirà a nessuno di inserire contenuti online perché il rischio sarà troppo grosso”, ha scritto Jarvis. “Non vi lascerò pubblicare alcun post qui. Il mio Isp (Internet Service Provider) non mi lascerà postare nulla sui suoi servizi. E questo uccide Internet.”

Un Chris Thompson apparentemente sconcertato, ha scritto su Slate, che semplicemente: “La mente vacilla di fronte a questo verdetto medievale”.

Gli esperti legali sono stati più concreti, dicendo che il verdetto di Milano si rivelerà probabilmente una distorsione che non reggerà nemmeno al giudizio in appello in Italia, e che non rappresenterà un precedente per altri posti.

“POLIZIOTTI DI INTERNET”

Ma nel condannare i dirigenti a sei mesi con la sospensione della pena, il tribunale può aver giocato su un crescente desiderio di intervenire sulle società di Internet per i contenuti pubblicati dagli utenti.

“Penso che questo probabilmente non sarà un momento di svolta perché le condanne a Google violano la legge europea e alla fine saranno ribaltate”, ha detto John Morris, consigliere generale del Center for Democracy and Technology con sede a Washington.

“Detto questo, siamo piuttosto preoccupati dalla tendenza in altri Paesi di suggerire ai provider di servizi Internet e siti web di diventare poliziotti di Internet”, ha detto Morris.

Se la tendenza si consolida, potrebbe mettere le società sulla difensiva, costringendole a passare più tempo a difendersi in casi del genere o a respingere gli inviti a limitare in qualche modo i contenuti.

Ma la pressione a volte viene dalla base, come ha riscontrato di recente Facebook in Australia.

In quel caso le pagine di Facebook dedicate a rendere omaggio a due bambini assassinati in febbraio, Trinity Bates ed Elliott Fletcher di 8 e 12 anni, sono state rapidamente coperte di oscenità e pornografia, suscitando appelli affinchè il social network sia più affidabile sui suoi contenuti.

“Avere questo cose che succedono su pagine Facebook realizzate al solo scopo di aiutare queste comunità a render omaggio a due giovani vite perse nel modo più orribile aggrava il dolore già provato”, ha detto il premier del Queensland Ann Bligh in un messaggio al fondatore e amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg diffuso sui media australiani.

Una portavoce di Facebook ha risposto che il sito di social network, che ha oltre 400 milioni di utenti, ha regole per controllare i contenuti e che ogni segnalazione di contenuti odiosi o con minacce porta ad una rapida rimozione.

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