4 giugno 2009 / 16:32 / tra 8 anni

Hi tech di massa cambia arte e percezione, dice guru Bruno

di Roberto Bonzio

<p>Giuliana Bruno REUTERS</p>

MILANO (Reuters) - I nuovi media stanno cambiando in profondità non solo il rapporto fra arte e rappresentazione ma la stessa percezione che abbiamo della realtà circostante e dei nostri rapporti sociali.

E’ quanto afferma una docente italiana dell‘Università di Harvard, autrice di studi innovativi a livello mondiale sulle tendenze artistiche del mondo contemporaneo e l‘interazione fra arti visive e cinema.

“La trasformazione del cinema attraverso la rivoluzione digitale è ancora agli albori: è da vedere come i processi di trasformazione ci daranno la possibilità di inventare nuovi linguaggi”, dice a Reuters Giuliana Bruno, napoletana, docente di Visual and Environmental Studies ad Harvard, protagonista oggi alle 19 a Milano (Mediateca Santa Teresa, via della Moscova) di un appuntamento “Meet the Media Guru”, organizzato da Maria Grazia Mattei in collaborazione con Provincia, Comune e Camera di Commercio di Milano (collegata a una performance multimediale di Claudio Sinatti sul maxischermo in piazza Duomo).

In testi come “L’ Atlante delle emozioni” e “Pubbliche intimità” appena uscito (Bruno Mondadori), la studiosa ha definito una sua “geografia emozionale”, chiave per decifrare le nostre relazioni con arte visiva, video installazioni e la città.

L‘ingresso nel digitale, dice, è un‘evoluzione del cinema, non la sua morte, che parte dallo stesso cambiamento del modo di vedere il cinema stesso. Le immagini di celluloide che lasciavano traccia di sè, deteriorandosi, cedono il passo alle immagini digitali più nitide, cosa che induce a cambiare il modo con cui ci rapportiamo con queste immagini diverse, più chiare. Anche a livello filosofico, oltre che pratico, osserva.

Che il cinema cambi il nostro modo di vedere l‘arte non è una novità, ricorda, “Già nel Modernismo dagli anni Venti... l‘occhio cinematografico è estremamente presente, in come si configura il linguaggio filmico ... più di recente, con l‘ingresso delle immagini in movimento nelle installazioni d‘arte, il cinema si è spostato dalle sale alle gallerie d‘arte e ai musei”, generando un‘arte assolutamente ibrida, fra arte, architettura e cinema.

NUOVI ORIZZONTI PER CINEMA DIGITALE

Il cinema digitale però, sta già esplorando nuovi orizzonti, come ha fatto il regista Aleksandr Sokurov con “L‘arca russa”, unico lungo piano sequenza. O Sally Potter (di cui la Bruno è amica) con il recente “Rage”, in cui il protagonista riprende col telefonino backstage della moda, dando alla regista lo spunto per esaminare come può cambiare il linguaggio del film dopo che abbiamo interiorizzato la rivoluzione digitale, con la diffusione di mezzi per riprendere immagini.

Un cinema che passa dalla sala al telefonino alle installazioni d‘arte. In una fluidità di spazi, che se vista in modo positivo, di trasformazione “può darci la possibilità di creare spazi nuovi. Credo che siamo ancora all‘inizio, si potrà creare un nuovo linguaggio che trasforma, oppure diventare solo ripetizione”, dice la studiosa. Rilevando che se i mezzi tecnici a disposizione di tutti sono in sè neutrali, quel che modifica e innova è invece una ricerca formale (nell‘uso di questi mezzi).

“E questa è ancora una scommessa: abbiamo il potenziale per diventare qualcosa di interessante. I linguaggi non sono rigidi ma in piena trasformazione, in alcune epoche più profonda. E sicuramente ne stiamo vivendo una in cui questa trasformazione è abbastanza radicale”.

PRODURRE LINGUAGGI NUOVI

Il secolo delle immagini in movimento fa parte ormai della nostra storia, dice, è un modo ormai interiorizzato di guardare al mondo (“Io ad esempio mi accorgo che guardo per inquadrature”) qualcosa che cambia anche il modo in cui a livello mentale si rappresenta la realtà.

La sfida, fa capire, è vedere cosa produrrà questo cambiamento con la diffusione di mezzi digitali che trasformano potenzialmente tutti gli spettatori in creatori di immagini. Utenti che per paradosso, osserva, sono isolati, separati ma anche connessi. E usano le stesse tecnologie in modo diverso, per fattori culturali. I telefonini ad esempio, passione nazionale in Italia, talvolta invasiva, molto prima che attecchissero negli Usa. Dove invece si telefona pochissimo (“i miei rapporti con gli amici sono cambiati, nessuno ti telefona più”) mentre invece si comunica in tempo reale con le email.

Il rapporto con le tecnologie, (e in Italia l‘esposizione in pubblico del proprio privato attraverso i telefonini), alla fine, dice la studiosa, sembra riflettere sintomi di un‘ansia enorme. Come se non si fosse “sicuri di esistere se non si racconta cosa si fa, cosa si vede”.

Una paura tremenda di perdersi, dice la docente, collegata a una condizione di “deterritorializzazione” in un mondo globale segnato da attraversamenti e passaggi dei confini, “delimitati non più da muri ma da degli schermi”.

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