March 19, 2020 / 10:35 AM / 5 months ago

Coronavirus, la prima linea delle case di riposo, dove gli anziani se ne vanno nel silenzio

MILANO (Reuters) - Nel campo di battaglia contro il coronavirus in cui si è trasformata buona parte del Nord Italia, c’è un fronte in cui si muore in silenzio, a decine ogni giorno, senza entrare nel bilancio delle vittime da Covid 19.

Un uomo con una mascherina protettiva in volto cammina davanti all'ospedale di Bergamo, Italia. REUTERS/Flavio Lo Scalzo

Nelle case di riposo (RSA) del Cremonese, del Bergamasco e del Bresciano il tasso di mortalità ufficialmente attribuito a influenza e crisi respiratoria si è impennato negli ultimi 10 giorni rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Lo dicono amministratori locali, operatori sanitari, direttori delle strutture e parenti delle persone ospitate.

Le decine di decessi quotidiani non sono conteggiate dei bollettini da coronavirus, che contano oltre 2.500 morti a livello nazionale. Questi pazienti, infatti, vengono curati dal personale medico all’interno delle case di riposo, non vanno in ospedale e non sono quindi soggetti a tampone.

L’azienda per la tutela della salute (ATS) della Val Padana, contattata da Reuters, ha risposto che i dati sulla mortalità saranno disponibili solo a fine aprile, confermando però che “le indicazioni ministeriali e regionali stabiliscono che si deve fare esattamente come per chi è al proprio domicilio”.

“Le indicazioni esplicite sono proprio di non rivolgersi al pronto soccorso e di ricorrere all’ospedale solo quando intervengono importanti sintomi respiratori”.

La Regione Lombardia, attraverso un portavoce, ha fatto sapere di non voler fare “commenti senza avere tutti gli elementi”.

NUMERI CHE NON TORNANO

Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha detto a Reuters che “in 13 comuni, compresa Bergamo, nelle prime due settimane di marzo 2019 c’erano stati 107 decessi. Quest’anno, nello stesso periodo ne sono stati registrati 480”.

Nello stesso periodo nel comune di Bergamo c’erano stati 56 decessi l’anno scorso contro i 164 di quest’anno, ha detto Gori.

“C’è un numero significativo di persone decedute la cui morte non è stata ricondotta all’epidemia di coronavirus, semplicemente perché sono morte in casa loro o nelle case di riposo e quindi non è stato fatto loro il tampone”.

Gianluca Galimberti, sindaco di Cremona, dice che ancora non ci sono “dati analitici, ma sì, sicuramente il tema dell’aumento dei decessi nelle case di riposo c’è”.

I responsabili delle RSA, avendo ben presente che nelle loro strutture è ospitata la fascia di popolazione più a rischio, già da fine febbraio avevano chiuso i centri diurni e le case di riposo alle visite esterne e ai parenti. All’inizio sembrava aver funzionato, ma negli ultimi 10 giorni è cambiato tutto.

RSA “DIMENTICATE”

“Nelle prime tre settimane della pandemia non c’è stato uno scostamento nella media della mortalità nelle case di riposo, ma nell’ultima settimana vedo anch’io un aumento - ha dichiarato Giovanni Scotti, presidente della Fondazione Respiro, una RSA che a Cremona accoglie 420 disabili, in gran parte autistici, e 280 anziani. “Da noi la situazione è molto contenuta. Ma so di altre situazioni in cui c’è stato un grande aumento”.

“Noi siamo un centro di eccellenza per la cura dell’autismo, e questo genere di pazienti può avere danni gravissimi dall’isolamento, per cui i nostri operatori devono interagire con loro, abbiamo bisogno di mascherine, guanti, camici.

“Ma le RSA sono state dimenticate, sono state trattate come strutture di serie B. Siamo stati lasciati soli”.

Walter Montini è il presidente di Arsac, l’associazione che raggruppa le 30 RSA e RSD (residenze per disabili) di Cremona e provincia. Per lui “il fronte ora sono le case di riposo”.

“E’ esattamente dallo scorso 2 marzo che ho lanciato l’allarme sulla necessità dei presidi di protezione per gli operatori sanitari delle case di riposo, ma l’attenzione, anche giustamente forse, era tutta per gli ospedali. Ho scritto lettere al Prefetto, alle autorità. Ho detto: guardate che se il virus entra in una casa di riposo è una strage”.

“Allora ci siamo autogestiti - ha detto al telefono a Reuters - Abbiamo chiuso agli esterni ancora prima che lo decidesse il governo. Ci siamo messi da soli a cercare le mascherine. Proprio oggi ne abbiamo finalmente trovate 30.000, e le distribuiremo. Ma la domanda è: competeva a noi?”.

“E’ ovvio che l’aumento delle morti c’è - conclude - il quotidiano locale di Cremona di solito ha una pagina di annunci funebri, oggi ne aveva cinque. A Barbariga, un paese in provincia di Brescia, ma qui vicino, in una casa di riposo che ospita 36 persone hanno avuto sette morti in un giorno solo”.

“ERRORE NON FARE I TAMPONI DA SUBITO”

Per Emilio Tanzi, direttore generale della casa di riposo “Cremona Solidale”, 460 posti, “il primo problema è lo strabismo istituzionale per cui una emergenza sanitaria riguarda solo gli ospedali. Le RSA sono in prima linea perché ospitano proprio i bersagli preferiti di questo virus, gli anziani”.

È stato un errore non poter fare da subito i tamponi e non poter avere la certezza di avere positivi o meno all’interno della struttura, dice Tanzi.

“Se fossimo stati messi in condizione di saperlo, avremmo potuto isolare efficacemente quei soggetti. Ed evitare l’epidemia”.

Il contagio si è sviluppato nonostante l’immediata chiusura delle strutture agli esterni, perché, spiega Tanzi, il virus in Lombardia aveva cominciato a circolare prima del caso a Codogno.

“Ora siamo finalmente riusciti a procurarci delle mascherine, ma non possiamo essere lasciati soli in questo, nemmeno lasciati alle speculazioni di chi ha decuplicato i prezzi”.

Tanzi, ribadendo di aver fatto isolare il più possibile i padiglioni, precisa che “non sappiamo se ci sono decessi per Covid-19 perché non si fanno i tamponi. Sicuramente abbiamo registrato febbri alte e anche difficoltà respiratorie”.

“Numeri non ne voglio dare, perché dobbiamo fare raffronti analitici - sottolinea - Ma, sì, indubbiamente a partire dal 2 marzo la mortalità è decisamente aumentata”.

“Posso dirle che la settimana scorsa, in una sola giornata abbiamo avuto 18 decessi”.

DOBBIAMO CONSOLARE GLI ANZIANI ISOLATI DA FAMIGLIA

Roberto Dusi, segretario generale della Cisl Funzione Pubblica di Cremona e Mantova, sottolinea i problemi e i rischi per i medici e gli infermieri che lavorano in casa di riposo.

“La mortalità in queste strutture nella zona nelle ultime settimane è arrivata al 10% degli ospiti - dice a Reuters - A queste persone non si fa il tampone, nemmeno dopo il decesso”.

Fra gli operatori e i pazienti si sviluppa una familiarità e una affezione nel corso del tempo, che ora destabilizza psicologicamente ed emotivamente chi lavora lì.

“Chi sta nelle case di cura o di riposo, non è un paziente ospedaliero che può stare isolato, fermo in un letto - dice Dusi - Quando fai l’igiene quotidiana a un anziano malato di Alzheimer, questo cerca il contatto ovviamente, magari ti accarezza la testa perché ti scambia per sua figlia o suo figlio, ti abbraccia. E’ inevitabile”.

“Le operatrici e gli operatori devono anche consolare queste persone anziane che non riescono a capire il perché le case di riposo siano chiuse ora. Devono consolarli perché ti chiedono: come mai non viene a trovarmi mia figlia? Come mai non mi viene a trovare più nessuno?”.

E. è una infermiera di una RSA della provincia, chiede di non essere citata per nome, vista la delicatezza del suo lavoro e del momento. “All’inizio le misure di protezione e prevenzione che avevamo subito preso hanno funzionato, ma poi dalla settimana scorsa è stato un boom. Tantissimi pazienti con la febbre a 39. In un reparto con 40 persone, 38 erano a letto con la febbre solo qualche giorno fa”.

“Chi si ammala viene curato dai medici in casa di riposo - racconta - Si cerca di mandarlo in ospedale se ci sono complicazioni respiratorie, ma su una quarantina di persone ammalate nella mia RSA siamo riuscite a mandare solo due pazienti in ospedale. E uno è morto qualche giorno fa”.

“Stiamo facendo di tutto, abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Stiamo veramente facendo di tutto. Però le persone si ammalano”.

E per le famiglie il dolore è acuito dal fatto di non poter star vicino ai propri cari, nonostante non siano ufficialmente ammalati di coronavirus.

“VA DATA VOCE A CHI SE N’E’ ANDATO IN SILENZIO”

Chiara Zini aveva una zia di 81 ospitata nella RSA “Cremona Solidale” per una lieve forma di Alzheimer.

“Aveva perso la memoria a breve, ma ci riconosceva tutti, suo marito, me, mio padre - racconta - Non aveva nessun altra patologia, stava bene, ascoltava la musica sul tablet, leggeva i quotidiani, dipingeva, ho in casa un calendario che mi ha dipinto lei. Aveva la sua routine quotidiana. Tutti i giorni pranzava con suo marito che andava da lei ogni giorno. Lei aveva lui e lui aveva lei. Vedeva tutti i giorni me, suo fratello”.

Poi il mese scorso la chiusura della RSA alle visite dei parenti per l’emergenza coronavirus.

“Non si è potuto più andarla a trovare, ma all’inizio una volta al giorno le si poteva telefonare in reparto e la portavano al telefono - ricorda - Poi nemmeno più questo, perché le persone hanno cominciato ad ammalarsi e gli infermieri erano troppo impegnati coi pazienti e non potevano più prendere le telefonate delle famiglie”.

Dopo 15 giorni di chiusura, la casa di cura ha comunicato a Chiara che la zia aveva l’influenza. Dopo una settimana si è aggravata e sei giorni fa è arrivata la notizia della morte.

“Non si è potuto fare il funerale. E’ stata esposta per un minuto al marito, a mio zio. Il rito funebre è stata solo una benedizione rapida, al cimitero, per la tumulazione”.

“Quando sono andata con mio zio a farle un saluto veloce, a bara chiusa, nel locale adibito a camera mortuaria della casa di cura ho contato 12 bare in attesa di essere portate via”.

Chiara vuol precisare di non avere alcuna recriminazione.

“Capisco che siamo in un momento di emergenza. Lo capisco. Vorrei solo far sapere quel che succede. Lo vorrei fare anche per dare voce a queste persone che se ne vanno in silenzio. Che hanno fatto un loro percorso di vita, e che se ne vanno così, senza essere circondate dai loro cari, senza un vero funerale. Quando tutto questo sarà finito, voglio che a mia zia venga fatta una vera cerimonia, con tutti i suoi cari a salutarla. Se lo meritava.”

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