8 ottobre 2009 / 13:41 / tra 8 anni

Private equity, crollo valore deal, boom write-off in sem1 -Aifi

MILANO, 8 ottobre (Reuters) - Il primo semestre dell‘anno ha registrato un tracollo del controvalore degli investimenti di private equity e un‘esplosione delle svalutazioni, segno evidente che la crisi economico-finanziaria ha inciso pesantemente sull‘industria.

E’ il quadro che emerge dai dati Aifi, l‘associazione italiana del private equity e del venture capital, sull‘attività fra gennaio e giugno.

Il periodo ha visto 155 nuove operazioni (-9% rispetto ad un anno prima), per un controvalore complessivo di 1,069 miliardi di euro (-61%).

La discrepanza fra il calo contenuto del numero di operazioni e l‘autentico crollo del controvalore, ha spiegato, nel corso di una conferenza stampa, Giampio Bracchi, presidente dell‘Aifi, è dovuta “alla totale assenza di mega-deal”, ovvero quelle operazioni con equity investito maggiore di 300 milioni.

Il risultato è una caduta del valore medio dei deal, che si è attestato a 6,9 milioni, contro 13,3 milioni del secondo semestre 2008.

Il private equity italiano, dunque, ha affrontato la crisi adattandosi maggiormente a quello che Bracchi ha definito “il modello specifico” dell‘economia, cioè mostrando “una maggiore attenzione verso le piccole e medie imprese”.

La specificità del tessuto economico ha consentito al private equity italiano di difendersi meglio rispetto a Francia e Spagna. Parigi, in particolare, ha spiegato Mara Caverni, partner di PricewaterhouseCoopers, ha registrato “un calo del 65% degli investimenti nel primo semestre”.

Guardando alla tipologia degli investimenti, le operazioni di buyout hanno segnato una flessione del 36% in termini di controvalore, a 785 milioni. Gli expansion hanno mobilitato impieghi per 132 milioni.

Bene l‘early stage, territorio di caccia dei pochi fondi di venture capital attivi in Italia: 56 milioni investiti, pari ad un incremento del 7%.

Cresce, ma non decolla, il segmento del turnaround, con un controvalore passato a 78 milioni da 22 milioni di un anno prima. L‘ostacolo principale alle operazioni di turnaround, ha affermato Caverni, “è la struttura legale dei fallimenti e delle procedure concorsuali”.

Tracollo, inevitabile in un contesto di credit crunch, della raccolta di nuovi capitali: -68%, a 290 milioni. Balzo della raccolta dei fondi specializzati in investimenti in infrastrutture, il cui peso è passato al 42% dal 17% del 2008. Il dato, però, è falsato dal closing del primo fondo di F2i.

La stretta al credito, ovviamente, ha fatto precipitare il rapporto fra debito netto ed Ebitda, scivolato a 2,8 volte al 30 giugno scorso, rispetto a 3,5 del 2008 e a 5,6 volte del 2006, quando toccò un picco.

BOOM DEI WRITE-OFF

Il dato eclatante è l‘esplosione dei write-off, che hanno riguardato il 54% del numero delle dismissioni e il 93% dell‘ammontare, per un record di 993 milioni di euro. Impietoso il raffronto con il passato: nel secondo semestre 2008, i write-off avevano registrato un ammontare di 68 milioni; 87 milioni nel primo semestre dell‘anno scorso.

Escludendo i write-off, l‘ammontare disinvestito nel primo semestre è stato di appena 76 milioni, contro 377 milioni del secondo semestre 2008 e 652 milioni nella prima metà dell‘anno scorso.

“I fondi”, ha spiegato Bracchi, “hanno fatto pulizia nei portafogli”. Un‘attività, quella di pulizia dei bilanci delle aziende partecipate, che, secondo i vertici Aifi, è sostanzialmente terminata, sebbene rimangano ancora alcune situazioni aperte.

Attualmente, gli operatori italiani hanno 1.244 società in portafoglio, per un controvalore di 18,938 miliardi di euro. E hanno disponibilità per 7,034 miliardi. “Le munizioni ci sono”, ha argomentato Bracchi. “Ci attendiamo una ripresa significativa degli investimenti, probabilmente dal 2010”.

Gli esponenti del consiglio direttivo dell‘Aifi presenti alla conferenza stampa (Stefano Tanzi di 21 Investimenti, Raffaele de Courten di Alto Partners e Stefano Peroncini di Quantica) hanno sottolineato, a proposito delle aspettative di ripresa degli investimenti nel 2010, che “le opportunità d‘acquisto sono teoriche” perché c’è un gap fra le attese di prezzo del venditore e i valori di mercato, e si sono soffermati sul fatto che “l‘obiettivo di ritorno dei fondi rimarrà attorno a 2-2,5 volte l‘equity investito, ma in un arco temporale più lungo, di 5-7 anni”.

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