7 maggio 2013 / 15:13 / 5 anni fa

Biotech, settore Italia cresce, ma mancano fondi e norme chiare

MILANO, 7 maggio (Reuters) - Un settore in fermento, che cresce e non perde posti di lavoro, ma che ha bisogno di capitali, meno burocrazia, norme stabili e agevolazioni fiscali.

E’ il quadro delle biotecnologie made in Italy che emerge dal rapporto realizzato da Assobiotec ed Ernst & Young, in collaborazione con Farmindustria e l‘Agenzia per la promozione all‘estero e l‘internazionalizzazione delle imprese.

Nel 2012 l‘industria biotech italiana ha prodotto un fatturato di 7,152 miliardi di euro, in crescita del 6%. Gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) sono saliti del 2,9%, a 1,832 miliardi. Il numero di imprese è calato leggermente (-1,2%), a 407 unità. Il numero di adddetti è rimasto sostanzialmente stabile: 6.739 contro 6.748 del rapporto precedente.

La pipeline vede 359 prodotti in fase di sviluppo (+12,5% sull‘anno precedente), di cui 136 da parte di pure biotech italiane. Il 60% è in Fase II e Fase III.

INDUSTRIA IN FERMENTO, MA BUROCRAZIA FRENA

Alessandro Sidoli, presidente di Assobiotec, ha sottolineato che “il settore è in crescita”, ma “va avanti con il freno a mano tirato”.

Sidoli ha lamentato il fatto che il decreto crescita 2.0 di fatto esclude le start-up del farmaco, la mancanza di un credito d‘imposta per le attività di R&S, l‘assenza di fondi di investimento specializzati e i ritardi nell‘erogazione dei finanziamenti da parte della pubblica amministrazione.

Il risultato è che le aziende biotech sono finanziariamente deboli. “Il 45% ha una disponibilità di cassa inferiore ai sei mesi”, ha spiegato Sidoli, “e la nostra aspettativa è che il dato stia peggiorando”.

Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, ha rincarato la dose sul fronte del libro delle lamentele. E il primo capitolo riguarda la tutela dei brevetti. “Abbiamo un ciclo virtuoso”, ha detto Scaccabarozzi, “ma non c‘è innovazione senza tutela dei brevetti. E vediamo sempre più decisioni che vanno contro la tutela brevettuale”.

Altro tasto dolente è rappresentato dalle lungaggini burocratiche. In un settore in cui “un farmaco su diecimila arriva sul mercato” e “ci vogliono circa dieci anni per completare la fase di sviluppo della molecola”, tra l‘autorizzazione comunitaria e l‘uso effettivo negli ospedali “passano oltre due anni”.

E anche dopo l‘accesso, ha aggiunto il numero uno di Farmindustria, “i nuovi farmaci sono penalizzati da condizioni di mercato al di sotto degli standard Ue”. Il dito di Scaccabarozzi è puntato, in particolare, contro le Regioni, “che spesso non tutelano nemmeno la presenza delle industrie farmaceutiche sul territorio”.

Farmindustria lamenta, inoltre, l‘instabilità del quadro normativo.

ASSENZA FONDI SPECIALIZZATI

Per quanto riguarda il rapporto, Antonio Irione, advisory life science leader di Ernst & Young, ha spiegato che “il biologico è una tecnologia che può essere applicata a vari settori”.

Dal documento emerge come nel settore ci sia “tanto entusiasmo”: le pure biotech in Italia sono 256, un numero che ci colloca, in Europa, dietro soltanto a Germania (427) e Regno Unito (288). Ma siamo in coda per numero e valore di finanziamenti da venture capital. Di fatto, non esistono fondi specializzati.

Sul punto, Aurelio Mezzotero, investment director di Atlante Ventures, operatore promosso da Intesa Sanpaolo, ha ammesso che “il biotech è ancora insufficiente nel nostro portafoglio. C‘è un potenziale inespresso, ma c‘è un elevato livello di rischio e tempi lunghi”.

Mezzotero ha invitato a “prendere a prestito le esperienze di altri paesi” e ha suggerito di replicare nel biotech la misura dei fondi pubblici per investimenti nel digitale dedicato al Mezzogiorno. “Si tratta di accendere la scintilla con il pubblico”, ha spiegato.

Sidoli, infine, ha riservato una frecciata al Fondo Italiano d‘Investimento (Fii), che aveva indicato il biotech tra i campi di interesse, ma sinora non ha effettuato investimenti, “perché non ha compreso il settore”.

(Massimo Gaia)

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