12 dicembre 2016 / 14:16 / tra 9 mesi

Fondi sovrani, disinvestimenti per 38 mld dlr in 9 mesi, trend proseguirà in 2017

LONDRA, 12 dicembre (Reuters) - I fondi sovrani hanno ritirato montagne di petrodollari dai mercati azionari e obbligazionari per il terzo anno consecutivo nel 2016, un trend che difficilmente cambierà il prossimo anno, nonostante il rimbalzo dei prezzi del greggio.

Nei primi tre mesi di quest‘anno i fondi sovrani hanno riscattato 38 miliardi di dollari dagli asset manager, secondo quanto emerge dai dati della società di ricerca eVestment.

Nel 2015 i deflussi erano stati pari a 44 miliardi e l‘anno precedente pari a 10,7 miliardi di dollari.

A guidare il trend è stato soprattutto l‘andamento dei prezzi del petrolio. Le quotazioni dell‘oro nero, dopo aver toccato un minimo di 27 dollari il barile nel gennaio scorso, sono risaliti in area 57 dollari, grazie ad un accordo tra i paesi produttori per tagliare la produzione.

Ma Peter Laurelli, responsabile globale della ricerca di eVestment, ritiene che la ripresa dei prezzi del greggio non sia sufficiente ad innescare un‘inversione dei flussi. “I prezzi del petrolio si sono stabilizzati attorno a metà dei livelli massimi”, dice Laurelli, “ma abbiamo bisogno di vedere un aumento significativo prima che i fondi sovrani tornino ad investire”.

Anche se i deflussi totali nel periodo luglio-settembre sono stati inferiori rispetto al primo semestre, ovvero 5,2 miliardi di dollari, i fondi azionari globali a gestione passiva continuano a vedere riscatti, con deflussi pari a 2,2 miliardi di dollari, si legge nel report di eVestment.

Laurelli sostiene che l‘unica ragione per cui i deflussi nel terzo trimestre hanno rallentato è l‘allocazione di breve durata nel reddito fisso Usa, che ha registrato afflussi per 3,9 miliardi di dollari. Probabilmente si è trattato di un parcheggio di liquidità.

RALLENTAMENTO DEI DEFLUSSI

L‘emorragia di fondi potrebbe rallentare nel 2017 grazie alla tregua dal petrolio, ma il sollievo sarà probabilmente di breve durata, prevede Elliot Hentov, capo delle politiche e della ricerca del gruppo investitori istituzionali di State Street Global Advisors.

Hentov ritiene che la potenziale deregulation del settore energetico Usa dopo l‘elezione di Donald Trump potrebbe ridurre i costi di produzione, mettendo sotto pressione i prezzi.

Il sell-off resta diffuso, con i fondi sovrani che hanno riscattato quasi 5 miliardi di dollari dai mandati azionari globali e 6,1 miliardi di dollari dal reddito fisso nei primi tre trimestri del 2016, afferma eVestment.

Secondo Hentov, però, c‘è un limite strutturale alla liquidazione di asset quotati da parte dei fondi sovrani. Questi ultimi, infatti, hanno costruito anche portafogli di attività non liquide (immobiliare, infrastrutture, private equity e debito privato) e, di conseguenza, non possono sbilanciare l‘asset allocation complessiva sugli illiquidi.

Norges Bank, per esempio, colosso da 860 miliardi di dollari, sta valutando un incremento dell‘esposizione all‘azionario, portandola al 75% dal 60%. Date le dimensioni del fondo, questo si tradurrebbe in un flusso di circa 130 miliardi di dollari verso l‘equity, sebbene spalmato su più anni.

Nikolaos Panigirtzoglou, managing director di JP Morgan, sostiene che Norges Bank potrebbe ispirare altri fondi sovrani, come il cinese Cic e Abu Dhabi Investment Authority (Adia).

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