April 17, 2020 / 5:01 PM / 4 months ago

INSIGHT-Aziende italiane mettono alla prova tenuta lockdown

ROMA/MILANO, 17 aprile (Reuters) - A distanza di settimane dall’inizio del lockdown anti coronavirus, migliaia di imprenditori italiani hanno trovato una scorciatoia burocratica per tornare sul mercato.

La scorsa settimana il governo ha esteso la chiusure delle aziende attive nei settori “non essenziali” fino al 3 maggio; ma più di 100.000 aziende, perlopiu’ di piccole e medie dimensioni, hanno chiesto di continuare a lavorare o di riaprire parzialmente i battenti.

In linea di principio, un ostacolo fondamentale per tali imprese dovrebbe essere poter dimostrare di fare parte di una catena di approvvigionamento “core” elencata nel decreto del presidente del Consiglio, come quella alimentare, energetica o farmaceutica.

Ma il governo, di fronte ad una profusione di domande, ha dovuto allargare le maglie e chiarire che nessuna società dovra’ attendere un formale via libera per procedere.

Dalla circolare pubblicata mercoledi’ sul sito del ministero dell’Interno si apprende che più di 105.000 aziende hanno comunicato alle autorita’ prefettizie di voler continuare a produrre in quanto parte di una catena di approvvigionamento essenziale. Di queste, poco più di 2.000 sono state bloccate. Più di 38.000 sono sotto scrutinio e le altre sono in attesa di essere esaminate.

Per accelerare i tempi, ha spiegato il ministero, nessuna impresa dovra’ piu’ aspettare un via libera formale ma tutte “potranno ora beneficiare di un immediato avvio delle attivita’”.

Quindi, a meno che non sia stato detto alle aziende che non sono essenziali, tutto ciò che queste devono fare è informare le autorità locali che intendono riaprire. Dopo di che, senza aspettare una risposta, possono tornare sul mercato.

Le autorita’ competenti effettueranno in futuro i riscontri necessari per verificare che le aziende non abbiano violato la normativa, ha detto a Reuters un portavoce del ministero dell’Interno.

L’ondata di deroghe sottolinea l’urgenza avvertita da gran parte delle imprese di riavviare la produzione. Ciò è particolarmente vero in Italia, dove quasi 4 milioni di aziende che impiegano meno di 10 persone costituiscono il tessuto economico del Paese. L’esperienza italiana mostra anche quanto sia difficile per i governi delle democrazie occidentali gestire confinamenti che mettono in ginocchio le loro economie.

Secondo dati Istat pubblicati giovedi’, e’ sospesa l’attivita’ di quasi la metà delle imprese del paese che genera 1.300 miliardi di euro di fatturato annuo, dalla moda al settore automotive. La Camera della Moda Italiana ha pubblicato settimana scorsa su vari giornali un appello al governo per far ripartire le fabbriche del settore entro il 20 aprile, pena la mancata consegna delle collezioni autunno/inverno.

MASCHERINE E PERCORSI A SENSO UNICO

E’ tornata sul mercato la Gasparini spa, azienda produttrice di macchine per la lavorazione dei metalli basata in Veneto, regione tra le piu’ colpite dal coronavirus, dove ad oggi sono risultate positive quasi 15.0000 persone.

Gasparini produce macchine usate per fabbricare prodotti da scaffalature industriali a componenti per la trasmissione di elettricità e pali metallici per vigneti.

Il gruppo ha dovuto fermarsi per due settimane. Ma alcuni dei suoi clienti, che realizzano sistemi di generazione e distribuzione di energia, rientrano nelle catene di approvvigionamento considerate “essenziali”. E, dunque, ha trovato il modo di tornare al lavoro.

L’amministratore delegato Filippo Gasparini, ha detto a Reuters di aver inviato la settimana scorsa un’e-mail certificata al prefetto di Venezia con il nome dei clienti e il loro settore di attività e la comunicazione di ripresa delle forniture.

“Poi siamo andati avanti senza attendere risposte”.

Gasperini impiega 120 dipendenti. Di questi una trentina lavora ora nello stabilimento. Il gruppo ha intensificato le attività di sanificazione, dotato i lavoratori di guanti e maschere protettive e assegnato del personale al monitoraggio del rispetto delle distanze di sicurezza interpersonale.

“Mi sento più sicuro qui rispetto a quando vado a fare la spesa”, ha detto il rappresentante sindacale Leonardo Pattarello a Reuters, riferendosi agli ingressi scaglionati imposti nei supermercati.

“Abbiamo creato percorsi a senso unico all’interno dell’azienda in modo che le persone non possano incontrarsi, abbiamo tutti maschere e guanti in lattice, ci sono bottiglie di disinfettante per le mani accanto a dove le persone prendono acqua o caffè. Ci misurano la temperatura ogni mattina.”

Un funzionario dell’ufficio del prefetto di Venezia ha sottolineato che sono state ricevute numerose domande e di non essere quindi in grado di fornire informazioni su una specifica azienda.

Gasparini e le oltre 100.000 imprese che si sono rivolte alle autorità locali stanno aumentando le pressioni politiche su Roma per riaprire le imprese della terza economia della zona euro, dove i nuovi casi di COVID-19 hanno iniziato a stabilizzarsi.

“Ho l’impressione che almeno il 60% delle aziende abbia gia’ aperto”, ha detto il governatore del Veneto.

“E’ inutile che continuiamo a ragionare di lockdown a livello nazionale, non bisogna essere ipocriti, il lockdown non esiste piu’. Ora bisogna ragionare di lavorare in sicurezza e riaprire quello che e’ ancora chiuso”.

UN PROCESSO COMPLESSO

Più di 22.000 persone in Italia sono morte per coronavirus, la maggior parte delle quali nelle cinque regioni piu’ industrializzate del nord — che rappresentano il 45% del Pil del paese.

La scorsa settimana, il timore che l’epidemia possa aggredire le altre regioni o innescare una nuova ondata di casi, ha portato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a resistere alle pressioni degli industriali per allentare le restrizioni.

Il premier ha esteso il lockdown e detto che un nuovo comitato di esperti, presieduto dall’ex CEO del gruppo telefonico britannico Vodafone, Vittorio Colao, consiglierà il suo governo su come uscire dall’emergenza. Finora Colao non ha rilasciato commenti pubblici.

Nella città veneta di Padova il prefetto Renato Franceschelli ha ricevuto 4.500 richieste da parte di aziende che desideravano essere classificate come parte di una filiera essenziale. Di questi, 3.400 sono stati esaminate e solo a pochissime aziende e’ stata imposto lo stop.

“Ci aspettiamo che ne arrivino molte altre”, ha detto Franceschelli a Reuters.

Ciascun caso è complesso e la filiera è molto lunga, ha aggiunto il prefettto: ad esempio, può includere produttori di inchiostri per etichette per l’industria farmaceutica.

I GRANDI SCALPITANO, I TIMORI DEGLI SCIENZIATI

Alcune grandi aziende iniziano a mordere il freno. L’industria della moda ha detto che mancano solo pochi giorni per salvare la prossima stagione.

Sede di gruppi del calibro di Prada, Armani e Moncler, l’Italia è seconda solo alla Francia in Europa per i ricavi di moda e dei beni di lusso. Lo scorso anno il settore ha generato 90 miliardi di euro, pari a circa il 5% del Pil, secondo la Camera nazionale della moda italiana (Cnmi).

Nel fine settimana la Cnmi ha pubblicato un annuncio a tutta pagina sulla stampa nazionale per chiedere al governo di consentirgli di riaprire le aziende del settore.

“Se non riapriremo le nostre aziende entro il 20 di aprile, non avremo i tempi tecnici per consegnare le collezioni Autunno/Inverno che vanno inviate entro luglio in tutto il mondo”, ha scritto il presidente della Cnmi, Carlo Capasa, nell’avviso a pagamento. Giovedì, la lobby della moda Confindustria Moda ha dichiarato di aver firmato un accordo con i sindacati sulle procedure di sicurezza per riavviare l’attività, quando il governo darà l’ok.

Anche le case automobilistiche sono impazienti di tornare in azione. Fiat Chrysler Automobiles NV, che ha circa 55.000 dipendenti in Italia, la scorsa settimana ha anche firmato un protocollo di sicurezza con i sindacati con l’obiettivo di essere pronta a riaprire non appena il governo darà il via libera.

I dati ISTAT diffusi ieri evidenziano l’impatto del virus sulla terza più grande economia europea: circa 2,1 milioni di aziende - poco meno della metà del totale nazionale - che impiegano 7,1 milioni di persone, sono chiuse.

Due terzi di queste producono beni per l’esportazione, soprattuto in Cina.

Le cifre non tengono però conto delle aziende che sono tornate al lavoro grazie alla scorciatoia burocratica.

Le tempistiche per l’uscita dell’Italia dal lockdown sono anche seguite da vicino dalla più grande economia europea, la Germania, le cui industrie automobilistiche, farmaceutiche e alimentari sono intrinsecamente legate a quelle italiane.

La Federazione delle industrie tedesche ha scritto di recente alla sua controparte italiana Confindustria sollecitando una ripresa coordinata della produzione nelle prossime settimane.

“Gli imprenditori tedeschi mi chiamano per sapere come sta l’Italia, cosa sta succedendo con la produzione italiana da cui anche noi dipendiamo”, ha detto l’ambasciatore tedesco a Roma Viktor Elbling.

Con le imprese che tornano al lavoro, è il loro approccio fai-da-te a destare il timore degli scienziati.

Massimo Galli, responsabile delle malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, martedì ha detto in una trasmissione Rai di aver ricevuto molte richieste di consulenza da parte delle aziende sull’uso di kit istantanei per la diagnosi del coronavirus, nella speranza di accelerare il ritorno al lavoro.

“Il numero di richieste ... è tale che le aziende si organizzeranno per conto loro se non gli verra’ detto come fare”, ha detto Galli.

A Bologna, Marzocchi Pompe, azienda specializzata nella produzione di pompe e motori, ha detto di aver ripreso la produzione martedi’ dopo aver ricevuto numerose richieste da settori essenziali come i produttori di macchinari per ospedali.

Ha dunque informato il prefetto locale e riaperto l’attività.

“Abbiamo ritenuto non solo necessario ma soprattutto doveroso ripartire”, ha detto il Ceo del gruppo Gabriele Bonfiglioli.

- hanno collaborato Riccardo Bastianello da Padova, Stephen Jewkes, Gianluca Semeraro e Elvira Pollina da Milano

Tradotto da Redazione Danzica, in Redazione a Milano Maria Pia Quaglia, camilla.caraccio@thomsonreuters.com, +48587721396

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