April 19, 2018 / 5:54 PM / 7 months ago

PUNTO 1-Derivati, Morgan Stanley e altri imputati contestano giurisdizione Corte Conti

(Aggiunge dichiarazione relatore, legali, tempi sentenza)

ROMA, 19 aprile (Reuters) - Nella prima udienza del processo della Corte dei Conti contro Morgan Stanley, due alti funzionari del Tesoro e due ex ministri per un danno erariale da complessivi 3,9 miliardi di euro, tutti gli imputati hanno contestato la giurisdizione dei giudici contabili e la corte, riferiscono alcune fonti, si è data 45 giorni per esprimersi.

I legali degli imputati hanno sostenuto che la giurisdizione dovrebbe spettare alla giustizia civile.

Morgan Stanley ha contestato la competenza della Corte dei Conti “per mancanza di un rapporto di servizio con lo Stato italiano e per insindacabilità delle scelte di merito”, ha detto il giudice relatore Marco Fratini.

I giudici contabili dovranno anche decidere se ammettere le parti civili, Adusbef, Codacons e Federconsumatori.

Se la Corte dei Conti decidesse che è competente, potrebbe esprimersi anche nel merito della questione, dicono fonti giudiziarie e legali.

Se, al contrario, accogliesse l’eccezione degli imputati sul difetto di giurisdizione, lo Stato avrebbe tre mesi di tempo per instaurare la controversia al Tribunale civile.

Nel caso in cui fossero ammesse le parti civili, i giudici dovrebbero anche concedere loro tempo per lo studio degli incartamenti.

Tra fine 2011 e inizio 2012 il ministero dell’Economia ha versato alla banca americana circa 3 miliardi in conseguenza di una clausola di “Additional termination event” presente in alcuni contratti.

La clausola, secondo la Corte dei Conti, consentiva la conclusione dei contratti a discrezione di Morgan Stanley.

I derivati hanno avuto, tra 2013 e 2016, un impatto negativo sul bilancio pubblico di 24 miliardi: 13,7 sono esborsi netti mentre 10,3 sono riclassificazioni statistiche, quel che Eurostat chiama ‘net incurrence’.

Lo scorso anno i derivati hanno avuto sul bilancio pubblico italiano un impatto negativo di oltre 8 miliardi, secondo le statistiche di Eurostat.

Il Tesoro ha sempre sostenuto di aver utilizzato i derivati come assicurazione contro il rischio di un aumento dei tassi, soprattutto durante gli anni peggiori della crisi finanziaria.

Ma, come spiegato dalla procura della Corte dei Conti a febbraio 2017, alcuni dei contratti “evidenziavano profili speculativi che li rendevano inidonei alla finalità di ristrutturazione del debito pubblico — l’unica consentita dalla normativa per operazioni in derivati — non essendo ammissibile per lo Stato, investitore pubblico, assumersi rischi rilevantissimi”.

UNA REQUISITORIA DI DUE ORE E MEZZA

Il pubblico ministero Massimiliano Minerva ha concluso oggi la requisitoria lunga due ore e mezzo ricordando che dopo la chiusura del derivato a fine 2011 e il pagamento de 3 miliardi a Morgan Stanley, “la clausola Ate è stata eliminata, a dimostrazione della sua pericolosità”.

Minerva ha anche detto che “dal 2012 lo Stato non ha più stipulato contratti su derivati con Morgan Stanley” ufficialmente per una violazione dell’obbligo di riservatezza, “in realtà, secondo la testimonianza di una funzionaria del Mef ‘perché l’atteggiamento della banca è stato ritenuto non corretto’”.

Il pm ha chiesto alla Corte di condannare la banca americana a pagare un danno erariale di 2,76 miliardi, l’ex responsabile del debito del Tesoro Maria Cannata poco più di 982 milioni, l’attuale direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via circa 95 milioni, gli ex ministri del Tesoro Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli rispettivamente 84 e 19 milioni.

Quando nell’agosto 2016 emerse il caso, Morgan Stanley definì le accuse prive di fondamento.

Oggi l’avvocato della banca Antonio Catricalà ha detto che “non c’è nessuna base giuridica e di fatto su questa storia che la Procura è riuscita a costruire” e che a inserire il contratto derivato di swaption fu Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro e oggi presidente della Banca centrale europea.

“È uno strumento importante per la gestione del debito pubblico, è del tutto fuori luogo parlare di illiceità di questi contratti”, ha detto Catricalà.

In una conferenza stampa di luglio 2013 Draghi ha respinto l’idea che i derivati abbiano abbellito i numeri del bilancio italiano dicendo “non si può abbellire ciò che è noto”.

Oggi Draghi non è stato immediatamente disponibile per un commento.

Quanto all’accusa a Cannata di non aver impedito l’attivazione della clausola Ate, l’avvocato Riccardo Lugaro ha ricordato che all’epoca l’Italia era all’apice della crisi finanziaria.

Il legale di Grilli, Mario D’Urso, ha detto che l’ex ministro non ha sottoscritto i contratti sotto esame e che la “materia dei derivati è soggetta a valutazioni eminentemente politiche sottratte quindi alla valutazione del giudice”.

Gli avvocati di La Via, Lucio Ghia e Alessandro Giorgetta hanno ricordato che “le swaption non sono contratti illeciti in quanto consentiti dalla legge” e che “non c’è quindi danno”.

Per l’avvocato di Siniscalco, Luisa Torchia, “manca la violazione di una norma, manca la colpa, manca il nesso causale con il presunto danno e manca il danno” che, “se anche ci fosse, sarebbe prescitto essendo passati oltre 12 anni dai fatti”.

Tutti gli imputati hanno ricordato che per la stessa vicenda già due tribunali si sono pronunciati per l’archiviazione.

Il gip di Roma, nell’autunno del 2015, sulla posizione della Cannata, all’epoca indagata per manipolazione del mercato, truffa aggravata e abuso d’ufficio.

Il tribunale dei ministri che il 22 gennaio 2016 ha stabilito che l’allora presidente del Consiglio Mario Monti e l’attuale ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non commisero alcun reato.

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