April 13, 2018 / 11:46 AM / 2 months ago

Fusione nucleare, Eni e Mit ci credono: in 15 anni prima centrale da 3 mld dlr

* Obiettivo: costruire e vendere centrali da 200 MW nel mondo

* Progetto si basa su tecnologia dei magneti superconduttori

* Sulla tempistica scettica comunità scientifica e concorrenza

* Anche l’Italia in campo con progetto DTT da 500 mln euro

*

di Giancarlo Navach

MILANO, 13 aprile (Reuters) - Un progetto da 3 miliardi di dollari per realizzare la prima centrale da 200 MW elettrici, grande quanto un piccolo campo da pallacanestro, che produrrà energia elettrica dalla fusione nucleare a partire dal 2033. A questo sta lavorando Eni, l’unica major petrolifera a investire in questo settore, insieme al Mit di Boston.

Si parte con un investimento iniziale di 50 milioni che permetterà al colosso petrolifero italiano di acquisire una quota rilevante del capitale della statunitense Commonwealth Fusion System, società nata dallo spin out del Massachussets Institute of Technology. “La quota che avremo nella società la vedremo precisata quando ci sarà l’investment agreement, dipende anche da quanto raccoglieranno con il fund raising. Siamo gli unici come major, ma potrebbero essere interessati anche i Fondi che investono in nuove tecnologie”, sottolinea a Reuters Roberto Casula, Chief Development Operations & technology officer di Eni. L’obiettivo è temerario: arrivare per primi nella produzione di energia elettrica dalla fusione nucleare dell’atomo rispetto ad altri progetti, molto più costosi, in sperimentazione in giro per il mondo. Il passo successivo sarà la commercializzazione di questa energia. “In un arco di 15 anni saremo a buon punto per generare elettricità. Non lo sappiamo quando saremo in grado di vendere l’elettricità prodotta, speriamo subito dopo, ma sarà abbastanza in avanti nel futuro”, precisa Bob Mumgaard, Ceo della società Usa Cfs. La fusione nucleare replica il processo utilizzato per generare energia dal sole e dalle stelle, all’interno delle quali la materia si trova in condizioni di plasma termonucleare, consentendo processi nei quali due nuclei di atomi leggeri si avvicinano e si fondono. Nel momento in cui questo avviene, si forma un nucleo più pesante e si libera una grande quantità di energia. Nelle macchine si usano deuterio e trizio, due isotopi dell’idrogeno. A seguito della loro fusione si forma l’elio e si liberano dei neutroni che si muovono verso un opportuno componente (denominato blanket) dell’impianto, dove generano calore che viene usato per produrre energia elettrica. L’energia per far sì che la macchina funzioni deve essere significativamente inferiore rispetto all’energia che si genera. La ricerca sulla fusione nucleare è partita negli anni Cinquanta, ma, a tutt’oggi, è ancora oggetto di studio perché non si sono ancora risolti importanti problemi, come quello relativo agli elevatissimi carichi termici che si raggiungono nella prima parete della macchina.

Uno degli approcci maggiormente studiati prevede di utilizzare la tecnologia del confinamento magnetico ed in particolare il cosiddetto sistema Tokamak, che sfrutta magneti superconduttori in grado di generare campi magnetici che isolano il plasma in fusione, nel quale si raggiungono temperature fino a 100 milioni di gradi, evitando in questo modo che tocchi le pareti della struttura. Per l’avanzamento delle ricerche sono in costruzione diversi tokamak in giro per il mondo, come “Jet” in Gran Bretagna, “East” in Cina e il progetto internazionale Iter, che prevede di realizzare una centrale da 500 MW termici nel Sud della Francia con un costo stimato intorno ai 20 miliardi di euro. Il ruolino di marcia del progetto del Mit prevede che nei prossimi tre anni si finalizzi la ricerca e la costruzione di nuovi magneti superconduttori ad alta temperatura. Fra otto anni si arriverà a costruire il reattore che si chiamerà Sparc (smallest, possibile, affordable, robust and compact) e, infine, entro 15 anni si arriverà alla costruzione dell’Arc, la centrale nucleare vera e propria, in grado di immettere energia elettrica nella rete. Ma qual è la principale differenza fra il progetto in collaborazione fra Mit ed Eni e Iter? Lo spiega Mumgaard: “L’approccio scientifico è lo stesso, ma la principale differenza è che abbiamo cambiato la tecnologia dei magneti. I nostri possono raggiungere valori di campi magnetici molto più elevati. In questo modo possiamo ridurre a un sessantesimo i volumi del nostro Sparc rispetto a quello di Iter. Il principale obiettivo di Iter è di dimostrare l’aspetto scientifico e tecnologico del progetto, ma non ha un fine commerciale. Noi, invece, puntiamo a creare energia che sia accessibile per la popolazione”. In altri termini, le attività attualmente in corso presso i tokamak esistenti e quelle previste su Iter hanno un obiettivo di arrivare a produrre energia elettrica solo in un futuro impianto (Demo), la cui costruzione e fissata a non prima del 2040-2050. Dunque, ci sono tutti i presupposti per considerare il progetto Mit-Eni quasi un sogno. E la stessa comunità scientifica appare piuttosto scettica a riguardo. Sostiene Matteo Passoni, Ingegnere nucleare e docente di Fisica dei plasmi al Politecnico di Milano, “la novità più significativa riguarda l’introduzione di elementi tecnologici come i magneti superconduttori ad alta temperatura, mai provati in una macchina Tokamak. La capacità di realizzare questi componenti e il loro comportamento in presenza degli intensi campi di irraggiamento generati durante il funzionamento della macchina sono problematiche aperte di grande rilevanza”.

Il professore rileva che ci sono anche altre questioni da risolvere, come ad esempio il conseguimento di un guadagno di energia sufficientemente elevato, la gestione dell’interazione tra plasma e parete di contenimento e dell’energia non utilizzata per la produzione di elettricità, la tecnologia del blanket, la gestione del ciclo del trizio.

“Su questi aspetti non ci sono molte informazioni disponibili riguardo i progetti Sparc/Arc e non è detto che le ridotte dimensioni della macchina costituiscano un vantaggio”, spiega. ITER: OBIETTIVO MIT AMBIZIOSO, MA SE CI RIESCONO FESTEGGEREMO Ancora più esplicito è il capo degli scienziati del progetto Iter, Tim Luce: “Sulla base della nostra esperienza con Iter, riteniamo che l’obiettivo del Mit di realizzare una centrale nei prossimi 15 anni sia molto ambizioso, se non eccessivamente ambizioso. Ma se ci riusciranno, celebreremo il loro successo perché tutti condividiamo il sogno di produrre energia dalla fusione”. Sbagliato parlare di competizione, sottolinea il numero uno di Commowealth Fusion Systems. “Non la vediamo in questo modo, ma come una grande impresa globale. La fusione ha molto potenziale ed è troppo importante per ridurla a una corsa a due o a tre. Puntiamo a essere i più efficaci, i più veloci a costi inferiori, ma, soprattutto, vogliamo che la fusione funzioni”. I costi sono un capitolo importante nella ricerca di nuove forme per produrre energia elettrica. Il progetto Mit-Eni ha l’obiettivo di realizzare un piccola centrale da 200 MW elettrici che “stimiamo avrà un costo intorno ai 3 miliardi di dollari, divisi in 2-2,5 miliardi per realizzare l’Arc e in altri 500 milioni per lo Sparc”, sottolinea Casula. L’intero progetto e gli investimenti sono strutturati come una start up tradizionale e più si andrà avanti con la sperimentazione e con lo sviluppo tecnologico più cresceranno gli investimenti. Di conseguenza, non è possibile quantificare oggi quanto soldi metterà Eni e che quota avrà nella società “spin out” del Mit.

LA CENTRALE SARA’ GRANDE QUANTO UN PICCOLO CAMPO DA BASKET “Realizzare una centrale più piccola ci consentirà di ridurre i costi: questo impianto potrà stare all’interno di un edificio grande quanto una piccola arena da basket. Una dimensione giusta per realizzarlo e venderlo in tutto il mondo”, rileva Mumgaard. Che poi è l’obiettivo della major italiana: costruire queste centrali ovunque, grazie alle licenze e agli accordi sulla proprietà intellettuale che Eni potrà ottenere dalla collaborazione con Cfs e il Mit. L’energia prodotta dalla fusione è virtualmente inesauribile, non inquina, non produce Co2 e limita la produzione di scorie radioattive. Insomma, tecnicamente, questa fonte di energia ha tutte le carte in regola per sfondare nel prossimo futuro, affiancandosi al ruolo crescente che avranno le energie rinnovabili.

Oggi all’Mit di Boston è possibile osservare un tokamak sperimentale, che occupa lo spazio di una stanza, fatto per studiare il plasma e il meccanismo della fusione. E, se tutto dovesse andare come nelle previsioni degli scienziati americani, presto se ne affiancherà un altro che, sfruttando la tecnologia dei magneti superconduttori ad alta temperatura, consentirà di fare il salto definitivo verso la generazione di energia elettrica.

Nel frattempo, l’Italia ha recentemente deciso, in accordo con l’Ue, di costruire un nuovo Tokamak, denominato DTT (Divertor Tokamak Test Facility). Sarà il Lazio con il sito di Frascati a ospitare questa nuova infrastruttura di ricerca, dal costo previsto di 500 milioni di euro, la cui entrata in funzione è prevista per il 2025.

Quaranta milioni li metterà il Mise, 50 l’Enea, 30 arriveranno da un finanziamento cinese, 40 dal Miur, 60 da Eurofusion e 25 milioni dalla Regione Lazio. Il resto, pari a 250 milioni, verrà dal piano Juncker.

“L’obiettivo principale di DTT sarà lo studio di approcci alternativi all’importante problema dei carichi termici in Demo, allo scopo di fornire soluzioni integrate con tutti gli aspetti fisici e tecnologici. Il progetto DTT consentirà alla comunità scientifica e alle industrie italiane di mantenere un ruolo di primo piano nel contesto delle ricerche sulla fusione nucleare”, conclude Passoni.

Per una panoramica su mercati e notizie in lingua italiana con quotazioni, grafici e dati, gli abbonati Eikon possono digitare nel Search Box di Eikon la parola “Pagina Italia” o “Panorama Italia”

Sul sito www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

0 : 0
  • narrow-browser-and-phone
  • medium-browser-and-portrait-tablet
  • landscape-tablet
  • medium-wide-browser
  • wide-browser-and-larger
  • medium-browser-and-landscape-tablet
  • medium-wide-browser-and-larger
  • above-phone
  • portrait-tablet-and-above
  • above-portrait-tablet
  • landscape-tablet-and-above
  • landscape-tablet-and-medium-wide-browser
  • portrait-tablet-and-below
  • landscape-tablet-and-below