17 aprile 2014 / 14:38 / tra 4 anni

Saipem, giudice lavoro: non dimostrati danni Varone su Algeria

* Motivazioni: “Palese violazione diritti fondamentali ex manager”

* “Varone non ha potuto giustificarsi con datore lavoro”

* “Contestazione disciplinare a domicilio temporaneo”

* “Pearl e Ogec, no valida ragione per chiedere danni a Varone”

* Saipem farà ricorso in appello

di Emilio Parodi

MILANO, 17 aprile (Reuters) - Secondo il Tribunale del Lavoro di Milano, che l‘11 aprile scorso ha dichiarato illegittimo il licenziamento dell‘ex direttore operativo di Saipem Pietro Varone - fra gli indagati dell‘inchiesta della procura su presunte tangenti pagate dalla società per dei contratti in Algeria - ai danni dell‘ex manager è stata commessa “una palese violazione dei diritti fondamentali” nella procedura disciplinare.

Lo si legge nelle 18 pagine delle motivazioni della sentenza, che Reuters ha potuto leggere, in cui il Tribunale scrive anche di non ravvisare una “valida ragione” per cui Saipem possa chiedere danni all‘ex dirigente per le attività contestategli in Algeria, e al centro dell‘inchiesta penale, perché non viene “nemmeno allegata o dedotta” la ragione di una responsabilità dell‘ex dirigente.

“DI FATTO MAI SVOLTA PROCEDURA DI CONTESTAZIONE”

Per quel che riguarda il diritto alla difesa, scrive il giudice Tullio Perillo: “Tale violazione - che ha comportato l‘inibizione, per il ricorrente, di potersi confrontare con il datore di lavoro offrendo, eventualmente mediante audizione, le proprie ragioni a difesa e così dando un senso non solo formalistico ma necessariamente sostanziale alla procedura di contestazione che, di fatto, non si è mai svolta - non può che portare, senza bisogno di ulteriore approfondimento istruttorio, alla declaratoria di illegittimità del licenziamento”.

Il Tribunale, nella sentenza emessa l‘11 aprile scorso, aveva inoltre condannato Saipem a pagare all‘ex manager, fra indennità e Tfr, quasi un milione e 200.000 euro e aveva respinto altre istanze risarcitorie di Varone e insieme la richiesta di risarcimento danni avanzata dall‘azienda nei confronti dell‘ex dipendente.

Saipem ieri, attraverso una portavoce aveva dichiarato fra le altre cose che “secondo il giudice il licenziamento disciplinare sarebbe stato recapitato a un domicilio diverso da quello indicato da Varone alla società”, aggiungendo di non condividere “tale conclusione” e annunciando ricorso in appello confidando che le proprie “ragioni di credito verso Varone vengano presto accertate anche a seguito di altre iniziative giudiziarie”.

In effetti però, nel motivare la nullità del procedimento disciplinare, il giudice Perillo, rilevato che è “documentale” che Varone avesse invitato la società a inviargli qualsiasi comunicazione presso lo studio del suo avvocato in cui aveva eletto domicilio, scrive che è altrettanto documentale che Saipem avesse preso atto di ciò. Tanto che, dice il giudice, la sospensione cautelativa dal servizio gli viene inviata il 5 dicembre 2012 proprio presso il suo legale.

La comunicazione delle contestazioni disciplinari, in cui Saipem invitava il suo dirigente a giustificarsi entro 10 giorni dal ricevimento della missiva, gli viene però inviata il 19 dicembre presso il suo domicilio personale temporaneo a Milano. “Peraltro - scrive il Tribunale - in un periodo in cui la società era a conoscenza della sua assenza da Milano in quanto in ferie in Campania (tant‘è che veniva reso edotto di tale comunicazione solo al rientro dalle ferie il 6 gennaio 2013)”.

L‘8 gennaio, sempre presso il suo indirizzo personale, gli viene infine notificato il licenziamento per giusta causa.

Da qui, da quella che il giudice ha ritenuto essere una impossibilità oggettiva di difesa, il Tribunale fa discendere la nullità della procedura disciplinare. Senza praticamente entrare nel merito delle ragioni dell‘una e dell‘altra parte.

LE VERSIONI CONFLITTUALI DI VARONE E SAIPEM

Occorre a questo punto però fare un passo indietro per comprendere la rilevanza di questa causa di lavoro nell‘ambito della vicenda Saipem Algeria.

Varone è fra gli indagati di corruzione internazionale dell‘inchiesta condotta dai pm Fabio De Pasquale e Giordano Baggio che ha al centro 197 milioni di euro di presunte tangenti per l‘acquisizione di sette contratti d‘appalto in Algeria del valore complessivo di 8 miliardi di euro. Arrestato nel luglio 2013 è stato scarcerato a dicembre dopo aver reso diversi interrogatori ai pm.

Nel fascicolo, fra gli altri, sono indagati l‘ex presidente di Saipem Algeria Tullio Orsi, l‘ex AD di Saipem Pietro Franco Tali e l‘AD uscente di Eni Paolo Scaroni, quest‘ultimo per tre incontri a Parigi, Vienna e Milano con l‘allora ministro algerino dell‘Energia Chekib Khelil e l‘intermediario Farid Bedjaoui, sul quale pende da luglio scorso un mandato di cattura internazionale. Indagate anche Saipem ed Eni in base alla legge 231.

Tutti gli indagati e le società hanno sempre respinto le accuse e hanno più volte ribadito la corretteza del loro operato.

Varone, insieme a Bedjaoui, è ritenuto dall‘accusa il tramite, attraverso società di consulenza e subappalto come Pearl Partners e Ogec, per il pagamento delle presunte tangenti ai funzionari algerini.

La linea di conflitto fra Varone e Saipem (all‘origine quindi anche di questa causa di lavoro) è, in sintesi, questa: il gruppo ritiene che l‘ex manager abbia agito per interesse personale e in totale autonomia danneggiando la società (Scaroni il 6 dicembre 2013 ha dichiarato di aver sollecitato lui il licenziamento di Varone defiensolo “un ladro”), l‘ex direttore operativo invece sostiene di aver agito nell‘ambito di precise direttive dei vertici aziendali.

IL TRIBUNALE DEL LAVORO SUI CASI “PEARL” E “OGEC”

Il giudice Perillo, come detto, nelle sue motivazioni non entra nel merito di questa contrapposizione, se non citando in premessa il ricorso di Varone in cui il manager sostiene che “la sua attività veniva sempre fatta oggetto di vaglio dei vertici della convenuta (Saipem) e di Eni”.

Il giudice sfiora invece il merito del procedimento penale nella parte della sentenza in cui respinge le richieste di risarcimento danni di Saipem contro Varone (che con l‘integrazione delle conclusioni arrivavano a 15 milioni di euro).

In particolare, nella vicenda Pearl (in cui Saipem accusa Varone di aver colpevolmente causato un aumento delle commissioni versate a questo società di intermediazione di 10 milioni di euro), il giudice Perillo scrive che “è pacifico in causa che la commessa Pearl ammontava a un valore complessivo superiore ai 5 miliardi di euro... e rappresenta sostanzialmente una petizione di principio quella secondo cui il danno per Saipem spa ammonterebbe alla citata somma di 10 milioni di euro, non essendo nemmeno allegato o dedotto dalla società che il buon fine dell‘affare si sarebbe ottenuto anche senza la ulteriore maggiorazione del prezzo di 10 milioni di euro”.

Per quel che riguarda la vicenda Ogec infine, il giudice nelle sue motivazioni scrive che “ancora una volta Saipem spa, nella propria memoria difensiva postula una responsabilità del ricorrente senza nemmeno allegare e dedurre per quale ragione il mancato rispetto, da parte di Ogec, delle scadenze contrattuali e l‘inadeguatezza di tale società a svolgere correttamente la commessa debba essere imputata a Varone Pietro, i cui eventuali conflitti di interesse non rappresentano, senza nessuna ulteriore deduzione, una valida ragione per invocare nei suoi confronti ragioni di danno, essendo da escludere una responsabilità solidale non altrimenti argomentata e dedotta”.

“Nel merito - conclude nelle sue motivazioni il Tribunale del Lavoro - le ragioni dedotte dalla società finalizzate ad individuare una responsabilità di Varone Pietro sono del tutto prive di allegazioni e deduzioni che possano portare a una sentenza che accerti un diritto violato e condanni a un risarcimento del danno che, per quanto richiesto genericamente dalla società, andava comunque puntualmente individuato quale fonte di responsabilità”.

Ora si dovrà attendere comunque il vaglio del procedimento in Appello, cui Saipem farà ricorso.

A stabilire le ragioni fra l‘ex dirigente e la società, nella vicenda algerina, non potrà che essere però l‘indagine della procura, che è stata nei mesi scorsi prorogata.

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