September 23, 2019 / 10:43 AM / 3 months ago

Eni-Nigeria, ok da Svizzera a invio valigetta Obi a procura Milano

ZURIGO, 23 settembre (Reuters) - La suprema corte svizzera ha deciso di consentire alla procura di Ginevra di condividere con l’autorità giudiziaria italiana la documentazione sequestrata più di tre anni fa a Emeka Obi, uno dei due mediatori condannati in primo grado dal Gup di Milano in relazione alle presunte tangenti di Eni e Shell in Nigeria. I documenti potrebbero ora essere inseriti come nuova prova nel processo principale in corso a Milano.

In una sentenza diffusa oggi il Tribunale Federale ha respinto l’appello presentato dai legali di Obi che chiedevano di non inviare alla procura di Milano le fotocopie e i file sequestrati nella valigetta sequestrata a Ginevra nella primavera del 2016, in occasione di una perquisizione a un’altra persona sottoposta ad altre indagini.

Il tribunale svizzero ha stabilito che l’appello non ricade fra le ipotesi previste come ammissibili.

Si tratta dell’ultimo grado di giudizio, dopo che lo scorso anno il Tribunale federale aveva già respinto un ricorso di Obi sull’argomento. In quella sentenza i giudici svizzeri scrissero che il materiale sequestrato — documenti, uno hard drive esterno, passaporti britannici e africani e alcune chiavette Usb — poteva avere “potenziale pertinenza” nel procedimento italiano ed essere inviato in Italia senza violare la legge svizzera.

Obi, attraverso i suoi legali, ha sempre negato ogni addebito. Gli avvocati, in occasione della decisione dello scorso anno, avevano dichiarato che il loro cliente “continua a dichiararsi innocente in relazione alle varie accuse avanzate dalla procura di Milano e ha fiducia che la valutazione finale del contenuto della valigetta lo confermerà”.

Il procedimento principale in corso davanti al Tribunale di Milano vede imputate le società Eni e Shell e altre 13 persone fra le quali l’AD di Eni Claudio Descalzi (nella sua veste, all’epoca dei fatti, di direttore generale della divisione Exploration e Production), l’ex AD Paolo Scaroni e l’ex direttore esecutivo per esplorazione e produzione di Shell, Malcolm Brinded.

L’accusa ipotizza il pagamento di tangenti per 1,092 miliardi di dollari su 1,3 miliardi versati nel 2011 da Eni e Shell su un conto del governo nigeriano per l’acquisto della licenza per l’esplorazione del campo petrolifero Opl-245 in Nigeria. Il periodo dei fatti contestati va dall’autunno 2009 al 2 maggio 2014.

Tutti gli imputati hanno sempre respinto le accuse, sottolineando che il prezzo dell’acquisto fu versato su un conto ufficiale del governo di Lagos e il successivo trasferimento di gran parte del denaro su altri conti, in particolare su quello della società Malabu (che la procura indica appartenere all’ex ministro Etete, fra gli imputati), era al di fuori della sfera d’influenza delle società acquirenti

(Michael Shields e Stephanie Nebehay)

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