22 febbraio 2008 / 08:01 / 10 anni fa

"Mal d'elezioni" per libro Veltroni sull'Africa che diventa film

di Nicola Scevola

<p>Il regista Franco Brogi Taviani. REUTERS HANDOUT</p>

MILANO (Reuters) - Quando il regista Franco Brogi Taviani decise di girare un film sull‘Africa tratto da un libro di Walter Veltroni, il Partito Democratico non esisteva ancora e il candidato premier era solamente il sindaco di Roma.

Dopo aver fissato per fine febbraio l‘uscita nelle sale del lungometraggio, però, la proclamazione di elezioni anticipate ha cambiato radicalmente le prospettive del film. E non necessariamente in meglio, secondo il regista.

“Direi che la situazione non mi ha avvantaggiato. Temo che ora alcuni possano guardare il film con pregiudizio”, dice a Reuters Taviani, regista di “Forse Dio è malato”, un lungometraggio che racconta tragedie e speranze del continente nero in una storia liberamente tratta dal diario di un viaggio in Africa scritto da Veltroni nel 2003.

“Le regole della par condicio mi impediscono di fare alcune interviste insieme all‘autore del libro”, ha aggiunto riferendosi alle legge che sotto elezioni prevede un‘esposizione regolamentata dei candidati sui media.

Lungi dall‘avere un obiettivo elettorale, nelle intenzioni del regista il film vorrebbe mostrare al pubblico italiano alcune delle tragedie che segnano il continente africano, e che finiscono poi indirettamente col toccare anche l‘Europa, soprattutto attraverso il fenomeno della migrazione.

“Vorrei che le voci e le storie di questi ‘altri noi’ africani bussassero alla soglia delle nostre coscienze per invitarci a porci delle domande”, dice Taviani. “In un mondo globalizzato, quello che riguarda loro, finisce con il riguardare anche noi”, aggiunge.

Tanto più che, viste da vicino, certe emergenze del continente ricordano molto quelle nostrane.

“Il problema delle discariche in Mozambico, non è poi così lontano da quello che sta succedendo in questi giorni a Napoli”, fa notare Taviani, fratello della famosa coppia di registi Paolo e Vittorio.

<p>La famiglia dell'emigrante Senegal. REUTERS HANDOUT</p>

VOCI D‘AFRICA

Nel cinema, Franco ha sempre prediletto il genere documentaristico, finanziandosi spesso con i guadagni fatti girando spot pubblicitari.

“Negli anni Ottanta, un amico che aveva una piccola casa di produzione a Londra arrivò a presentarmi come McTavern, regista britannico di spot all‘ultimo grido. Facemmo un sacco di soldi, anche se non parlavo una parola d‘inglese”, scherza l‘eclettico autore di “Forse Dio è malato”, che scrive anche romanzi, di cui uno già pubblicato e un altro in cantiere, e compone poesie.

I temi trattati in questo viaggio che porta lo spettatore attraverso il Mozambico, l‘Angola, l‘Uganda, il Senegal, il Camerun e il Sud Africa sono di stretta attualità, ma il regista ha preferito mescolare le tecniche documentaristiche a quelle della fiction, ricostruendo alcune situazioni e personaggi. E lasciando il compito di raccontare la storia ad una colonna sonora di cui lui stesso ha composto le parole.

“Non si poteva usare una voce fuori campo. Come potevo permettermi di commentare situazioni del genere?”.

Il film racconta di bambini accusati di stregoneria dalle loro stesse famiglie o arruolati da eserciti di ribelli sanguinari, di emigrazione, malattie e indigenza. Da qui l‘idea di comporre delle canzoni ad hoc che illustrassero la storia infondendo la giusta speranza.

Scritti da Taviani in italiano, i testi sono stati tradotti in inglese e interpretati da una cantante sudafricana che li ha trasformati nella sua lingua. E poi li ha cantati sulla musica composta dal nipote del regista, Giuliano Taviani, e suonata da una band senegalese.

Il regista è consapevole che i temi trattati dal film rischiano di perpetuare lo stereotipo dell‘Africa perduta, che passa unicamente da un‘emergenza a un‘altra, ma garantisce che il libro su cui è basato non è “per niente buonista” e che la trasposizione in pellicola è il frutto dell‘esperienza più forte che abbia mai vissuto.

“Ho visto un‘Africa sull‘orlo di una catastrofe che rischia di trascinare tutti - conclude Taviani - e poi da sempre gli artisti amano parlare della sofferenza dell‘uomo”.

0 : 0
  • narrow-browser-and-phone
  • medium-browser-and-portrait-tablet
  • landscape-tablet
  • medium-wide-browser
  • wide-browser-and-larger
  • medium-browser-and-landscape-tablet
  • medium-wide-browser-and-larger
  • above-phone
  • portrait-tablet-and-above
  • above-portrait-tablet
  • landscape-tablet-and-above
  • landscape-tablet-and-medium-wide-browser
  • portrait-tablet-and-below
  • landscape-tablet-and-below