20 gennaio 2010 / 09:00 / 8 anni fa

Nucleare,ecologisti dubbiosi su referendum prima ricorso Regioni

di Massimiliano Di Giorgio

<p>Attivisti di Greenpecae impegnati ieri a Roma in una protesta contro il nucleare. REUTERS/Tony Gentile</p>

ROMA (Reuters) - Mentre approda alla Camera questa settimana il decreto legislativo di attuazione della legge che punta a riportare le centrali nucleari in Italia, il fronte antinuclearista discute della possibilità di promuovere un referendum per bocciare alle urne il ritorno all‘atomo.

Ma se l‘Italia dei Valori ha già presentato un primo quesito referendario - sulla cui correttezza la Corte di Cassazione dovrebbe pronunciarsi a giorni - e freme per cominciare a raccogliere le almeno 500mila firme necessarie per votare, verdi e associazioni sembrano meno propensi ad accelerare.

Sullo sfondo, c’è l‘atteso pronunciamento della Corte Costituzionale sul ricorso contro la legge 99/2009, cioè quella varata all‘inizio del luglio scorso che rilancia il nucleare. Undici Regioni - 10 amministrate dal centrosinistra e il Molise, governato invece dal centrodestra - sostengono infatti che il provvedimento di delega al governo in materia nucleare non rispetti il Titolo V della Costituzione sui poteri regionali sulla produzione di energia e sul governo del territorio. In altre parole, con la legge attuale la parola finale sulle centrali nucleari spetterebbe al governo, anche contro la volontà delle Regioni.

Se i giudici della Consulta dovessero accettare il ricorso, per il governo - che ha più volte annunciato l‘avvio dei lavori per le prime nuove centrali nel 2013 e il completamento dei lavori entro il 2020 - sarebbe un duro colpo, perché molte Regioni, a partire da quelle governate dal centrosinistra, si opporrebbero al progetto.

Solo due regioni amministrate dal centrodestra, Lombardia e Friuli, sembrano oggi propendere per il nucleare. Il parlamento regionale sardo ha votato contro l‘energia atomica, e in Veneto la Lega Nord si è astenuta sul tema.

Ma anche la bocciatura parziale della legge ovviamente non escluderebbe la possibilità di costruire centrali nucleari.

Per questo, i dipietristi - che hanno depositato il quesito in Cassazione il 17 dicembre scorso, chiedendo di abrogare parti di tre articoli della legge - spingono per raccogliere le firme al più presto, e in ogni caso.

DIPIETRISTI PREMONO PER ACCELERARE

“Le firme si potranno realisticamente cominciare a raccogliere da metà marzo o agli inizi di aprile”, dice a Reuters Paolo Brutti, responsabile ambiente dell‘Idv. “Siamo disposti a condividere la strada del referendum con altri, lo abbiamo già detto. Ma non vogliamo che si presenti il quesito e che poi si aspetti a raccogliere le firme. Non vogliamo rimandare la partita al 2012”.

La legislazione referendaria prevede che le firme si possano raccogliere, per tre mesi, soltanto nel periodo compreso tra la fine di gennaio e quella di settembre.

I verdi però sembrano più cauti sulla questione del referendum, e temono soprattutto che il partito di Antonio Di Pietro voglia fare da solo, compromettendo la campagna antinucleare di cui sono storicamente i portabandiera.

“Valuteremo insieme alle associazioni e ai movimenti cosa fare”, dice a Reuters Angelo Bonelli, presidente del Sole-che-ride. “Noi vorremmo che nel comitato referendario ci fossero anche il Pd, i sindacati... Vogliamo fare il referendum, ma trovo fuori luogo che si pensi di poter fare un‘operazione del genere da soli, come sembra voler fare Di Pietro”.

A fine mese, il 25 gennaio, Idv, Verdi, Sinistra e Libertà, Rifondazione e varie associazioni si incontreranno di nuovo per cercare di mettere a punto una linea comune.

Ma l‘obiettivo principale delle associazioni ambientaliste sembra essere quello “pragmatico” di vedere bocciata intanto dalla Corte Costituzionale la legge 99. Per questo, Greenpeace, Legambiente e Wwf hanno nei mesi scorsi sollecitato le Regioni a reagire, anche fornendo loro consulenza legislativa.

Parlando con Reuters, Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace, esprime “perplessità sul fatto che lo strumento del referendum sia appropriato”.

“Il referendum purtroppo in Italia è uno strumento che ha perduto smalto”, dice Onufrio. “Spesso hanno generato delusioni anche quando sono stati vinti. Il referendum può servire soltanto ad avviare un dibattito pubblico, sul ritorno al nucleare, che in Italia non c’è ancora stato”.

Il referendum che ha di fatto sancito l‘uscita dell‘Italia dal nucleare è del novembre 1987, coi tre quesiti approvati con oltre il 70% di sì dopo la fuga radioattiva di Chernobyl, il più grave incidente nucleare in tempo di pace. Ma dal 1997, nessun referendum ha mai più raggiunto il quorum necessario (il 50% dei votanti).

Gli occhi sono dunque puntati sulla Consulta, anche se per questione di compressione dei tempi utili è probabile che la campagna referendaria parta prima.

Se i giudici dovessero bocciare la legge 99, il comitato promotore potrebbe decidere di interrompere la raccolta delle firme, ritenendo che per il governo la strada del nucleare sarebbe tutta in salita, e avviando una battaglia locale nelle Regioni che potrebbero comunque dire sì agli impianti.

Ma il partito di Di Pietro, dice Brutti, continuerebbe comunque ad andare avanti sul referendum: “Bisogna risolvere politicamente il problema, perché non sappiamo quante e quali Regioni potrebbero essere d‘accordo col governo sulla scelta del nucleare”.

E il timore del mancato quorum? Un referendum fallito non sarebbe un boomerang per il fronte antinucleare? “E’ un rischio fortissimo”, ammette Bonelli.

“Credo che data la natura del problema, ci sarà una grande attenzione da parte della gente”, risponde invece ottimista Brutti.

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