28 dicembre 2009 / 09:57 / tra 8 anni

Esordio nel giallo senza "effetti speciali" per Roberto Riccardi

<p>Un'immagine d'archivio di un'auto dei Carabinieri. REUTERS/Leonard Foeger</p>

di Antonella Cinelli

ROMA (Reuters) - Dalle indagini su omicidi reali, vissute in prima persona da giovane carabiniere, a quelle letterarie. E’ il percorso di Roberto Riccardi, che ha appena pubblicato il suo primo giallo, “Legame di sangue”, che gli ha fruttato subito il Premio Tedeschi, particolarmente ambito dai giallisti.

Ma non si tratta dell‘opera prima di Riccardi, che quest‘anno ha fatto il suo esordio con “Sono stato un numero. Alberto Sed racconta”, la storia di un sopravvissuto ad Auschwitz. E già lavora a un terzo libro, del quale non vuole anticipare nulla se non che gli sta consentendo di esplorare ancora un nuovo genere dopo la biografia e il giallo.

Riccardi - barese trapiantato a Roma, classe 1966, direttore della visita “Il Carabiniere” - ha messo insieme il sogno di scrivere e la passione per i gialli, che divora da sempre, dando così vita al personaggio del capitano Renato Roversi, che si trova a lavorare in Sicilia proprio come successe a lui, appena uscito dall‘Accademia poco più che ventenne.

“Legame di sangue”, edito da Mondadori, è ambientato infatti a Villascura, un paese alle porte di Palermo, dove Roversi, il nuovo comandante della Compagnia dei carabinieri, indagando su un omicidio viene a contatto con Cosa Nostra.

L‘esperienza sul campo si riflette, tra le altre cose, nell‘assenza di “effetti speciali” che caratterizza questo giallo, come dice lo stesso autore: “Roversi è determinato, l‘azione non manca, ma non c’è affatto la ricerca del sensazionale”.

Poi c’è il realismo delle situazioni, i legami con i collaboratori con cui si passano giornate di lavoro interminabili - come questo ufficiale dell‘Arma-scrittore sa bene - e una Sicilia che sicuramente ha molto di quella che lui ha conosciuto.

Ma è soprattutto il metodo di indagine che rende Roversi diverso da molti suoi colleghi scrittori: “Spesso nei gialli viene dato un delitto con un ventaglio di possibilità, e chi indaga si allontana gradualmente dalla verità, magari prende una pista sbagliata, fino al colpo di scena finale. Il mio protagonista invece parte da un cerchio ampio che va restringendosi pian piano, verso la verità. Ho cercato, insomma, di mantenere una coerenza con la realtà”.

“SONO STATO UN NUMERO”

L‘esordio letterario per Riccardi è arrivato grazie all‘incontro con un uomo che aveva una storia da raccontare, quella dei campi di sterminio.

“Mi ero sempre chiesto, a proposito della Shoà, come si sia potuti arrivare a tanto in tempi non molto lontani. E’ una domanda che mi sono portato dietro fino all‘incontro con Alberto”, dice dell‘uomo che ad Auschwitz ha perso la madre e due sorelle e che di quell‘esperienza non aveva mai voluto parlare prima di raccontarla a Riccardi per il libro.

Per Alberto Sed, che ha 80 anni e vive a Roma dove ha fatto ritorno all‘indomani della guerra, tornare agli anni della Shoà è stata una sorta di terapia: “Non riusciva a prendere i treni coi finestrini che non si possono aprire per il ricordo dei convogli piombati che portavano i deportati nei campi. Ma un paio di mesi dopo l‘uscita del libro abbiamo preso insieme un treno: vederlo seduto tranquillo chiacchierare con gli altri passeggeri mi ha dato la certezza che qualcosa per lui era cambiato”.

“Sono stato un numero” - edito da Giuntina, vincitore del Premio Acqui Storia - non racconta solo di aguzzini nazisti e forni crematori.

“Ho voluto raccontare anche le tante persone meravigliose che hanno aiutato Sed e la sua famiglia”, dice Riccardi. Una tra tante, la portiera Eufemia, che rischiò la vita per salvare una bambina ebrea: persone, scrive Riccardi, che rappresentano “la vittoria sul male, la speranza per il futuro del mondo”.

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