21 settembre 2009 / 15:01 / tra 8 anni

Clima: ecologia e fantascienza nel film "The Age of Stupid"

di Alberto Tundo

<p>Pete Postlethwaite, protagonista del film "The Age of Stupid". REUTERS/Stefan Wermuth</p>

ROMA (Reuters) - Non solo del Bronzo e del Ferro. C’è anche “l‘Età della Stupidità” ma non è preistorica, è purtroppo l‘era in cui viviamo. Il titolo del film-documentario di Fanny Armstrong sui rischi derivanti dal riscaldamento globale, presentato oggi alla stampa in anteprima a Roma, non lascia scampo. Nessun dubbio, nessuna scusa: è tempo di agire.

A meno di tre mesi dalla Conferenza di Copenaghen, che dovrà aggiornare e rilanciare il Protocollo di Kyoto, il dibattito sull‘emergenza climatica si riaccende. E se l‘American Petroleum Institute, come riferito da Maria Grazia Medulla - responsabile Clima ed Energia del Wwf - durante la conferenza stampa, spende qualcosa come 50 miliardi di dollari per una campagna mediatica che faccia fallire il vertice, le associazioni ambientaliste come Greenpeace e Wwf si mobilitano, sostenendo attivamente lavori come quello della Armstrong e cercando di coinvolgere nel dibattito l‘opinione pubblica.

Oggi è previsto il lancio ufficiale del film a New York, mentre la premiere mondiale si terrà domani in 45 città in contemporanea, grazie alla tecnologia satellitare (a Roma presso il Nuovo Cinema L‘Aquila, alle 21).

Settembre è un mese cruciale per fare pressing sui governi perché si presentino a Copenaghen con delle proposte concrete e delle risorse da stanziare, dice il Wwf in una nota.

Il vertice dei capi di Stato e di Governo delle Nazioni Unite, previsto per domani a New York, così come la riunione del G20 che si terrà a Pittsburgh il 24 e 24, sono occasioni importanti per spingere gli esecutivi a dare seguito all‘impegno assunto in occasione del G8 dell‘Aquila, quello di mantenere al di sotto dei due gradi l‘aumento della temperatura globale, per evitare effetti catastrofici.

LO SCENARIO DI UN FUTURO DEVASTATO

Il documentario in apertura strizza l‘occhio alla fantascienza: nell‘anno 2055, Londra è stata quasi cancellata dalle piene del Tamigi, Las Vegas è sepolta sotto la sabbia del deserto e l‘incendio dell‘Opera House di Sydney illumina una metropoli abbandonata.

A 800 km a nord della Norvegia, una torre avveniristica ospita l‘Archivio Globale, in cui è custodito tutto ciò che rimane della vita e della cultura terrestre: animali sotto aceto, libri e tutti i dati informatici del mondo.

L‘Archivista, interpretato da un convincente Pete Postlethwaite (“Nel nome del padre”, “I soliti sospetti”), muove su uno schermo dei file e li apre: sono storie, pezzi di documentario, frammenti di telegiornali che raccontano come l‘Uomo si sia condannato all‘estinzione e non abbia fatto nulla per evitarlo. Dal mosaico di immagini di repertorio emergono storie di personaggi che raccontano gli effetti della povertà, della disuguaglianza e dell‘egoismo: la ragazza nigeriana che deve lottare con i pozzi d‘acqua avvelenati dal petrolio estratto dalla Shell, il magnate indiano che con la sua compagnia aerea low cost sogna di far volare anche gli autisti di risciò ma produrrà solo ulteriore inquinamento.

L‘idea vincente è quella di inserire in una trama fantastica analisi supportate da studi scientifici, proiezioni documentate e storie di persone vere. Altra scelta indovinata è quella di arricchire la narrazione con disegni animati e trovate grafiche che semplificano e rendono ancor più diretto e comprensibile il contenuto del documentario.

IL PROBLEMA DELLA COMUNICAZIONE

“Il film è davvero bello ma mi ha fatto anche arrabbiare perché dà l‘idea di come stiamo perdendo tempo”, ha detto il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi, nel corso della conferenza stampa seguita alla proiezione.

“Il problema però è anche quello della comunicazione. In ogni programma è sempre presente almeno uno scienziato che dice che il cambiamento climatico non è in atto o comunque non dipende dall‘uomo, dando quasi l‘idea che la comunità scientifica sia divisa, quando invece quella seconda è una voce che rappresenta solo l‘1% della comunità scientifica”, spiega l‘ex conduttore di Gaia.

“Il messaggio del film è che ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa: rinunciare allo spazzolino elettrico, a giochi che si ricaricano elettricamente, magari non andando al lavoro in macchina, scegliendo elettrodomestici a minor consumo, mangiando meno carne, visto che la maggior parte di quella che mangiamo arriva dall‘Amazzonia ed è la causa principale della deforestazione”, ha spiegato Francesco Tedesco, responsabile per la campagna Clima ed Energia di Greenpeace. “Qui in Italia però c’è poca consapevolezza, qui c’è un problema di comunicazione”.

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