8 settembre 2009 / 16:46 / 8 anni fa

Venezia, Clooney diverte sullo schermo e in sala

di Roberto Bonzio

<p>George Clooney alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. REUTERS/Tony Gentile</p>

VENEZIA (Reuters) - Mattatore attesissimo e ormai veterano della Mostra Internazionale del Cinema, George Clooney non ha deluso oggi le aspettative, divertendo il pubblico in sala con “The Men Who Stare the Goats” di Grant Heslov, stasera in passerella fuori concorso, e gli addetti ai lavori nel corso di una conferenza stampa in cui ha saputo rispondere in modo brillante anche a domande scomode.

Clooney nel film è al centro di una bizzarra vicenda dai toni grotteschi, raccontata da Heslov in uno stile simile a quello dei fratelli Coen con cui l‘attore ha più volte lavorato. Un giornalista (Ewan McGregor) incappa quasi per caso in una storia che ha dell‘incredibile: un reparto speciale dell‘esercito Usa ha a lungo lavorato per affinare tecniche di combattimento con poteri extrasensoriali, per neutralizzare il nemico con la forza del pensiero e addirittura cercare di vincere le regole della fisica e della materia.

Una storia tanto strampalata da non essere affatto campata in aria, hanno spiegato i protagonisti in conferenza stampa, visto che i risvolti e i personaggi più incredibili del film sono quelli più vicini alla vicenda reale che ha ispirato la pellicola.

E mentre McGregor ha scherzato sull‘inseguire nei panni di un giornalista nel film “guerrieri Jedi” proprio dopo aver interpretato un ruolo nella saga di Guerre Stellari che li aveva evocati, Clooney ha infilato una battuta dietro l‘altra. Ammettendo, per esempio, che di cavalieri Jedi avrebbe forse bisogno il presidente Barack Obama, per uscire da due guerre e una crisi finanziaria.

Poi Clooney ha detto di essersi rotto un braccio “tentando di passare attraverso un muro”. E ha risposto a tono anche a domande scomode sulla sua presunta omosessualità: quando il giornalista di un sito gay gli ha chiesto se dichiarerà mai il suo amore per un uomo, ha annunciato il suo matrimonio col regista. E davanti a un interlocutore che ha inscenato uno strip restando a petto nudo e dichiarandogli il proprio amore omosessuale, George non si è scomposto.

“E’ un peccato quando si ha una grande occasione e la si spreca, non funziona... resti lì che poi arriviamo... c’è un‘ambulanza in arrivo... è bello comunque...”, ha detto.

L‘attore non si è nemmeno risparmiato una tirata a favore della libertà di stampa e dei giornalisti (mestiere che faceva anche suo padre) senza però voler commentare la situazione italiana, che dice di non conoscere abbastanza.

Ma con le sue battute, Clooney ha anche fatto capire che il film ha spessore diverso da una semplice commedia brillante. Ed ha ammesso di credere ad alcuni valori “hippieggianti” che ispiravano i protagonisti, alla ricerca di un modo di combattere spirituale e incruento.

Ma non chiedetegli, per favore, “il messaggio” del film: “Ballare fa bene... prendete droga... volate sugli elicotteri...”, scherza ancora una volta. Mentre tocca a Heslov sottolineare che anche i bislacchi personaggi del suo film insegnano qualcosa di cui oggi si sente il bisogno, “di persone che credono fermamente in qualcosa”.

GERE, SNIPES E I POLIZIOTTI DI BROOKLYN

In uno scenario di violenza brutale come quello dei sobborghi della Grande Mela, fare il poliziotto è un mestiere a rischio. Non si rischia solo la pelle ma l‘equilibrio psichico, con sbandamenti esistenziali. A raccontarlo con toni aspri in una pellicola riuscita è Antoine Fuqua, che dopo l‘ottimo “Training Day”, dedicato alla polizia di Los Angeles, propone stasera fuori concorso “Brooklyn’s Finest” con un cast d‘eccezione che comprende Richard Gere, Don Chedle, Ethan Hawke e Wesley Snipes.

L‘intreccio tra criminali, poliziotti di strada, infiltrati, esperti di incursioni è tale che alla fine ognuno smarrisce il proprio ruolo e finisce col confondersi con l‘altro che dovrebbe combattere. Smarrendo se stesso. Complici tensioni pesantissime e buste paga troppo leggere.

“Parlo delle pressioni che i poliziotti subiscono e delle scelte che per queste pressioni devono prendere. Senza un sostegno psicologico e finanziario, troppo vicini alle persone che dovrebbero disprezzare, e di cui invece diventano amici”, ha spiegato a Venezia il regista.

Fuqua ha ricordato che sono più i poliziotti suicidi di quelli morti in azione, e ha parlato delle riprese a Brooklyn a diretto contatto con la criminalità raccontata nel film: personaggi che a volte si intromettevano per correggere le ricostruzioni del film dicendo “noi non facciamo così”, mentre gli stessi poliziotti sono stati prima diffidenti poi collaborativi con la troupe. Magari per arrotondare con straordinari scortando regista e attori.

“E’ uno dei posti più violenti d‘America, con un senso costante di violenza, cecchini sui tetti... ma questa energia ci ha aiutato a realizzare il film”, ha detto ancora il regista.

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