29 ottobre 2008 / 11:01 / 9 anni fa

Cento anni di Olivetti: un patrimonio ancora vivo, dice l'erede

di Roberto Bonzio

MILANO (Reuters) - L‘eredità Olivetti è più del ricordo di un‘impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all‘estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori.

E’ quanto afferma Laura Olivetti, figlia di Adriano, oggi presidente dell‘omonima Fondazione (www.fondazioneadrianolivetti.it), nei giorni in cui si celebra con numerosi eventi il centenario dell‘azienda, fondata il 29 ottobre 1908 da suo nonno Camillo a Ivrea e cresciuta col padre a livello internazionale.

“Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”, dice a Reuters la presidente della Fondazione.

ORGANIZZAZIONE E LIBERTA’ DI PENSIERO

Di quell‘esperienza di integrazione tra fabbrica e territorio, business e ricerca, manodopera e artisti d‘avanguardia, segnata dalla morte di Adriano Olivetti il 27 febbraio 1960, quando lei era bambina, Laura conserva anche suggestioni d‘infanzia.

“Vivere nella luce... era la realtà, per tutti i bambini che ruotavano attorno alla Olivetti. Avevano questi spazi tutti pieni di luce, dall‘asilo alla fabbrica. Non c‘erano posti dove non ci fosse la luce naturale...né senso di costrizione fisica e chi ci è passato lo ricorda benissimo: spazio e luce”, dice Laura Olivetti.

Quasi una metafora, per un‘azienda lanciata da un imprenditore illuminato, capace di circondarsi di alcuni dei migliori artisti dell‘epoca. “Grande libertà di pensiero, anche se c’è da sfatare la leggenda che alla Olivetti a un certo livello tutti facessero quel che volevano...architetti, designer o scrittori facevano il loro mestiere secondo una regola. Liberi di usare la propria testa ma dando poi conto del proprio lavoro”, ricorda.

A proposito di un‘organizzazione che “funzionava alla perfezione non per degli spazi pindarici, ma per l‘abilità (di mio padre) di individuare chi aveva le competenze per dare il meglio, saper mettere le persone giuste al posto giusto”.

Una gloriosa storia aziendale di cui rievoca con amarezza l‘epilogo, la scomparsa nel 2003 del marchio Olivetti dal listino di Piazza Affari, dopo la fusione per incorporazione nel 2003 di Telecom Italia in Olivetti.

Anche se a pregiudicarne le sorti, dice, fu forse la cessione forzata, ancora nel 1964, della divisione elettronica alla General Electric, imposta, come ricorda il memoriale della Fondazione, da nuovi azionisti tra cui Fiat, Pirelli, Mediobanca, Imi e la Centrale.

“Olivetti all‘epoca era davvero all‘avanguardia mondiale, l‘ordine di cedere a GE era venuto chiaramente dall‘America”, afferma Laura Olivetti.

“LABORATORIO DELL‘INTANGIBILE” PER RIPORTARE IL NOME OLIVETTI A IVREA

Il centenario dell‘azienda sarà occasione per riportare il nome Olivetti a Ivrea, con un progetto già presentato a enti locali e aziende hi-tech come Microsoft, dice la presidente della Fondazione.

“Un tavolo per l‘innovazione, un ‘laboratorio dell‘intangibile’ che aiuti piccole e medie imprese a misurare e mettere a bilancio i loro di ‘capitali intangibili’, in base alle norme Ue”, spiega, facendo riferimento alle regole di Basilea 2 che impongono condizioni rigorose per la concessione di crediti, con una valutazione della reale consistenza aziendale molto difficile da certificare per imprese di alta specializzazione e piccole dimensioni.

Proprio da Ivrea, ricorda ancora Laura, la Olivetti fece scuola in un campo oggi di grande attualità, la cosiddetta “social corporate responsability ”.

“Tra asili per i figli dei dipendenti e studi d‘avanguardia sull‘ergonomia in fabbrica, per tutelare la salute dei lavoratori, questo senso di responsabilità sociale non veniva imposto da regole imposte dall‘esterno”, dice. “Era parte di un‘idea d‘impresa in cui il profitto non andava diviso solo tra gli azionisti ma andava ad aumentare il valore dell‘impresa con sviluppo e ricerca, con benefici non solo per chi ci lavorava ma per tutta la comunità e il territorio, di cui la fabbrica era motore”.

0 : 0
  • narrow-browser-and-phone
  • medium-browser-and-portrait-tablet
  • landscape-tablet
  • medium-wide-browser
  • wide-browser-and-larger
  • medium-browser-and-landscape-tablet
  • medium-wide-browser-and-larger
  • above-phone
  • portrait-tablet-and-above
  • above-portrait-tablet
  • landscape-tablet-and-above
  • landscape-tablet-and-medium-wide-browser
  • portrait-tablet-and-below
  • landscape-tablet-and-below