27 ottobre 2008 / 14:41 / 9 anni fa

Festival Roma,applausi a "Galantuomini" con Gifuni e Finocchiaro

ROMA (Reuters) - Gli applausi più convinti sinora al Festival del cinema di Roma sono stati tributati da una platea di giornalisti e addetti ai lavori questa mattina a “Galantuomini”, storia d‘amore e malavita sullo sfondo del Salento del giovane regista pugliese Edoardo Winspeare.

Ambientato in un periodo che va dagli anni Settanta agli anni Novanta, il film -- presentato in concorso al Festival -- racconta la tormentata storia d‘amore tra Ignazio (Fabrizio Gifuni), giovane alto-borghese e valente magistrato da poco rientrato a Lecce dopo aver lavorato al Nord, e Lucia (Donatella Finocchiaro), figlia di contadini che la vita ha portato ad essere una criminale, braccio destro di un boss della Sacra Corona Unita.

“E’ una storia d‘amore sullo sfondo di una terra che è cambiata, è stata contaminata dal male, da isola felice quale era”, afferma nel corso di una conferenza stampa Winspeare, che già nei suoi lungometraggi precedenti, “Pizzicata” e “Sangue vivo”, aveva parlato della sua terra d‘origine.

“Il mio interesse è sempre quello di raccontare sentimenti universali partendo da una storia locale”, spiega, citando Tolstoj. “Il tuo villaggio è il centro del mondo, racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo”.

E il Salento è dappertutto nel film, con immagini un pizzico abusate dalla filmografia meridionale più recente, ma che funzionano sempre. La luce accecante del sole che sgrana le immagini davanti alla telecamera, il blu violento del mare, le stradine bianche e polverose, i pomodori messi a seccare su un lenzuolo per la strada, dove per la prima volta Lucia ragazzina bacia il timido Ignazio, il dialetto salentino dei protagonisti e soprattutto dei ‘picciotti’.

“La terra dell‘innocenza che dipingo nelle prime scene non esiste più, dilaniata dalla violenza e dalla droga della nuova malavita. In un certo senso ”Galantuomini“ deriva dal mio shock di fronte a questo cambiamento, avvenuto nei primi anni 90”, continua.

E questo shock Winspeare trasferisce al protagonista Ignazio che, tornato a casa da Milano dove è diventato uomo di giustizia, non riconosce più la sua terra d‘infanzia, i suoi amici, le persone che amava. La stessa Lucia, su cui si troverà ad indagare per reati di mafia, non è più la stessa. Ignazio però non sa resisterle e perde la sua identità. Tutto il suo mondo, la sua legge, crolla di fronte a lei, smarrito nella passione.

MELO’ A TINTE NOIR, NESSUN INTENTO ANALITICO

“Il film racconta l‘eterno dualismo tra ragione e sentimento, tra bene e male, il loro confine molto labile, soprattutto in un Paese come il nostro. Per qualcuno il percorso di Ignazio potrebbe essere considerato una discesa agli inferi, rinnegare il bene della legge per passare dalla parte del male, ma qualcun‘altro potrebbe leggere il suo come un risveglio, un cammino salutare verso una vita vissuta, finalmente pregna”, commenta Gifuni.

“La sceneggiatura -- oltre che Winspeare di Alessandro Valenti, ndr -- mi è piaciuta proprio per questo, perché non trae giudizi, non dà risposte, nessun teorema. Si limita a raccontare una storia, lasciando il finale sospeso”.

Proprio Gifuni, per calarsi meglio nel personaggio, ha frequentato per un certo tempo alcuni magistrati salentini che hanno combattuto la Sacra Corona Unita (Scu), mentre il regista, da volontario in carcere e in una serie di occasioni fuori, ha avuto modo di osservare i malavitosi -- dipinti nel film come terribili killer ma anche come “simpatici cialtroni” -- e soprattutto le loro donne.

“Volevo fare un documentario su una di queste, credevo fosse vittima degli affari loschi del marito, ma mi ero sbagliato: è stata arrestata anche lei...” racconta, aggiungendo che questa donna gli ha comunque dato lo spunto per il personaggio di Lucia.

Il film, però non ha alcun intento analitico sul fenomeno criminale -- esploso negli anni 90 e poi debellato -- della Scu, niente a che vedere con l‘osannato “Gomorra”, per intenderci. “La malavita è lo sfondo, quel che conta è la storia d‘amore”, ci tiene a sottolineare Winspeare, che definisce il suo lavoro “un melò a tinte noir”.

Se proprio dobbiamo parlare del dramma del Sud, il regista lo ritrova più che nella trama in sé nell‘intensità tutta mediterranea dell‘interpretazione della (siciliana) Finocchiaro, perfetta nel ruolo della capoclan a un tempo spietata e fragile.

“Se non ci fosse stata Donatella, molto probabilmente, non avrei potuto fare questo film. Lei con il suo volto e la sua bellezza esprime qualcosa di arcaico che comunica allo spettatore tutta la tragedia del Sud. Fin da subito, quando cercavo un volto per Lucia, l‘ho detto: o la Finocchiaro o niente...”.

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