6 settembre 2008 / 13:32 / tra 9 anni

Venezia 2008, vigilia dei Leoni: il bilancio di Morandini

di Roberto Bonzio

<p>Statua del Leone d'oro all'ingresso della 65esima Mostra del Cinema di Venezia. REUTERS/Denis Balibouse</p>

VENEZIA (Reuters) - Dopo anni di dominio del cinema asiatico, la 65a Mostra internazionale del Cinema di Venezia che si chiude stasera con l‘assegnazione dei premi, potrebbe vedere una corsa a due sul traguardo dei Leoni tra cinema africano e Usa.

Se “Teza” dell‘etiope Haile Gerima, storia di una nazione attraverso le disillusioni di un intellettuale davanti alla dittatura seguita al regime del Negus, viene indicato da molti tra i favoriti, il sondaggio dei critici effettuato dalla rivista Ciak premia invece “The Hurt Locker” dell‘americana Kathryn Bigelow, con uno sguardo originale e anti-ideologico sulla guerra in Iraq. Mentre voci alla vigilia sottolineano come “Gabba”, dell‘algerino Tari Teglia, storie di solitudini e solidarietà, abbia modalità espressive particolarmente in sintonia con i film del tedesco Wim Wenders, presidente della giuria a Venezia.

E l‘etiope “Teza” è anche la pellicola preferita da Morando Morandini, decano dei critici italiani e autore dell‘omonimo Dizionario del Cinema (Zanichelli). Che come di consueto a poche ore dalla fine della Mostra traccia per Reuters un bilancio della manifestazione, non troppo lusinghiero per il cinema italiano.

TROPPI SEI FILM INUTILI O BRUTTI SU 20 IN GARA

“Una rassegna si giudica nel complesso non dai film migliori, che Cannes e Venezia si dividono, a volte all‘insegna della fortuna. Ma da quelli che considero brutti e inutili. Per me sono sei, un po’ troppi sui 20 in gara. E tra loro inserirei due dei quattro film italiani”, dice a Reuters Morandini. Che boccia “Un giorno perfetto” di Ferzan Ozpetek e “Il seme della discordia” di Pappi Corsicato. Assieme a “The Sky Krawlers (Giappone, Mamoru Oshii), ”Plastic City “(Hong Kong, Yu Lik-wai), ”Inju“ (Francia, dell‘iraniano Barbet Schroeder) ”Nuit de chien (Francia, del tedesco Werner Schroeter). Sette invece i flm di Venezia, preannuncia Morandini, che il suo prossimo dizionario consiglierà di vedere. Un italiano, “Birdwachers” di Marco Bechis, oltre a “L‘autre” (Francia, Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic), “Soldato di carta” (Russia, Aleksei German jr), “Gake no ue non Ponyo” (Giappone, Hayao Miyazaki), “Rachel Getting Married” (Usa, Jonathan Demme) oltre ai già citati film di Bigelow e Gerima.

Quattro film italiani in concorso sono stati troppi, dice Morandini, viste le scelte fatte. Senza escludere forse logiche non esclusivamente meritocratiche, visto che dei quattro, due sono prodotti da Rai e due da Medusa (Mediaset).

Ma altri film visti a Venezia fuori concorso hanno meritato attenzione, secondo Morandini. Che ha apprezzato “Burn after Reading” di Joel ed Ethan Coen, che ha inaugurato la Mostra, “Les plages di Agnès”, della francese Agnèes Varda, e “Puccini e la fanciulla” di Paolo Benvenuti.

Quanto agli attori migliori, Morandini segnala oltre ai protagonisti di “Soldato di carta” (“I russi hanno un bacino enorme di ottimi attori teatrali”), la brava Jennifer Lawrence, che in “The Burning Plain” di Guillermo Ariaga si è misurata con due star come Charlize Theron e Kim Basinger, e gli interpreti di “The Wrestler” di Darren Aronofski, Mickey Rourke e Marisa Tomei.

CINEMA ITALIANO: ATTORI MIGLIORI DI REGISTI E SCENEGIATORI, PREGIUDIZI TRA I CRITICI

Sempre a proposito di attori, Morandini ritiene che anche questa Mostra abbia confermato un fenomeno da lui rilevato da tempo, “anche se il pubblico non se ne è accorto”. E cioè che il cinema italiano dispone di attori che sono migliori in media rispetto a registi e sceneggiatori.

Perciò, dice, meritano una citazione interpreti bravi di film sui quali ha espresso riserve. Come Silvio Orlando (“Il padre di Giovanna” di Pupi Avati, a suo giudizio sopravvalutato), Caterina Murino (“Il seme della discordia” di Pappi Corsicato). O Monica Guerritore, brava, anche in un ruolo di non protagonista in “Un giorno perfetto” di Ozpetek. Per una volta, il decano dei giornalisti di cinema italiani muove una critica anche ai colleghi, cioè chi giudica e seleziona film in Italia (quest‘anno a Venezia con una commissione particolarmente giovane). “Nel valutare le pellicole c’è un diffuso pregiudizio ‘concettuale’, che privilegia la ricerca di un contenuto ideologico, rispetto alla forza di immagini che descrivono senza fornire messaggi”.

Per queste immagini lui invece ha molto apprezzato ad esempio “Dikoe Pole” (Prateria Selvaggia, sezione Orizzonti), del georgiano Mikhail Kalatozishvili che il suo dizionario definirà “degno di John Ford” per la forza dei paesaggi e dei personaggi, storia di un medico e dei suoi pazienti in una sperduta regione della steppa.

“E’ per questa ricerca forzata del ‘messaggio’ che alcuni hanno accusato la Bigelow di non aver condannato esplicitamente la guerra in Iraq. Critiche che si fanno sfuggire un ‘piccolo’ particolare. E cioè che il film sui soldati artificieri racconti in modo inedito un problema di straordinaria attualità, visto che sono milioni le mine sparse in tutto il mondo. E la Bigelow non li propone come eroi, non li giudica ma li racconta come sono”, conclude Morandini, Che esprime il timore che un analogo pregiudizio ideologico possa segnare la distribuzione del film etiope (elogiato ma proiettato al Lido in una Sala Grande semideserta) perchè parla in modo scomodo dell‘eredità del colonialismo italiano.

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