2 settembre 2008 / 17:23 / tra 9 anni

Venezia, dramma umano nella corsa sovietica allo spazio

di Roberto Bonzio

VENEZIA (Reuters) - E’ il 1961 e mancano solo poche settimane al trionfo della supremazia sovietica nello spazio, col lancio, dopo lo Sputnik, del primo uomo in orbita. Non è vigilia di eccitazione ma di sofferenza, per Daniil Pokrovski, l‘ufficiale medico che assiste i candidai astronauti, troppo consapevole dei rischi e del prezzo in vite umane che quel traguardo prestigioso può comportare. Un tormento interiore, che lo allontana dalla moglie, trovando una devota compagna nelle desolate distese del Kazakistan dove si prepara il lancio. E il ritorno a Mosca, per l‘addestramento dei cosmonauti, lo rende ancora più consapevole. L‘evento storico, abbacinante, si consumerà sullo sfondo. In primo piano, la tragedia umana. Che vedrà proprio lui protagonista.

Con Bumaznyj Soldat” (Soldato di carta), stasera in concorso alla 65a Mostra Internazionale del Cinema, il giovane regista russo Aleksei German jr (classe 1976) torna a Venezia dove nel 2005 aveva proposto con “Garpaztum” una metafora sul proprio Paese, filo conduttore il gioco del pallone.

I soldati di carta sono i cosmonauti, che l‘orgoglio sovietico è disposto a sacrificare nella corsa allo spazio, non così diversi dal manichino che è al loro posto nei primi test di volo, finendo distrutto.

Il medico che sembra somatizzare la propria angoscia, per quel sacrificio, è un calvario di solitudine, pure circondato da amore e stima. Perchè nessuno condivide la sua consapevolezza. Negli ambulatori di Mosca dove i cosmonauti sono messi a dura prova, talvolta con esiti tragici, nelle distese ridotte ad acquitrino di un Kazakistan che ancora sta smaltendo i resti dei gulag staliniani.

“Nella cultura russa è una figura ricorrente nella letteratura, e il protagonista del mio film era importante fosse rappresentante dell‘intellighenzia, per fra capire cosa essa sia”, ha spiegato a Venezia German jr. Che non ha voluto enfatizzare le difficoltà incontrate girando in un ambiente difficile come le distese del Kazakistan, tra allagamenti, pioggia e fango.

“E’ stato stancante ma i risultati sono stati buoni”, ha aggiunto. Per gli appassionati sarà un gioco individuare nel film i tanti riferimenti a capolavori della letteratura russa. Che il regista ammette, senza però insistere troppo.

“Ho cercato di rappresentare con il mio film non solo gli anni Sessanta ma anche il passato remoto. Checov ha scritto cose che andavano bene allora ed anche oggi. E magari, certe parti sue non corrispondono a quello che noi vorremmo raccontare e saranno invece valide a distanza di centinaia di anni”.

LA FINE DELLE UTOPIE NELLA NOTTE INCUBO DI SCHROETER

Un incubo lungo quanto una notte, ma non ci sarà risveglio. Una città in balia della violenza e del colera, tra sbandati che non sanno dove rifugiarsi e si accalcano sulla banchina di un porto.

Mentre imperversano bande di feroci aguzzini che uccidono e torturano. In mezzo, un protagonista che molti considerano un eroe ma che sembra quasi sballottato dagli eventi. Difficile persino individuare i “buoni”, ammesso che ce ne siano. Più facile identificare le vittime, nella “Nuit de chien” del tedesco Werner Schroeter, da un romanzo di Juan Carlos Onetti, stasera in concorso alla 65a Mostra internazionale del Cinema di Venezia.

“Abbiamo scelto una città magica come Porto, particolarmente adatta per la commistione fra modernità e antichità per mostrare la tendenza della società a distruggere”, ha detto a Venezia il regista. Presentando il proprio lavoro come un atto di denuncia nei confronti delle terribili disillusioni che le utopie comportano.

“Come in Italia e Germania prima della dittatura, tutti sono onesti e poi finiscono col distruggere gli altri senza rendersi conto del disastro”, spiega. Sottolineando come anche al suo personaggio, che all‘inizio cerca di aiutare gli altri, alla fine venga preclusa la salvezza, condannato da un‘ossessione che lo perderà.

Purtroppo, come il protagonista anche il film rimbalza in modo ossessivo, da una metafora a un‘evocazione, e tra simboli così insistiti (taxi, crocifissi, sangue, telefoni) da perdere a tratti credibilità.

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