March 1, 2017 / 11:25 AM / in 2 years

PUNTO 1-Italia archivia 2016 con crescita vicino a 1%, debito record

 (aggiunge dettagli, contesto, commenti)
    di Elvira Pollina e Valentina Consiglio
    MILANO/ROMA, 1 marzo (Reuters) - L'economia italiana ha
archiviato il 2016 con una crescita vicina all'1%, un ritmo
insufficiente a stabilizzare il debito,  salito al nuovo record
132,6% del Pil, nonostante un deficit in calo a 2,4%.
    In sintesi, è questo il quadro tratteggiato dalle
statistiche diffuse stamane da Istat su Pil e indebitamento
pubblico, valide ai fini delle regole europee.
    Nel dettaglio, il Pil -- riportatosi appena al di sopra del
livello assoluto registrato nel 2000 -- è cresciuto di 0,9% nel
2016 in termini grezzi, ma considerando che ci sono state due
giornate lavorative in meno rispetto al 2015, i dati corretti
dovrebbero certificare una crescita intorno a 1%.
    Crescita che nelle attese del governo e dei principali
previsori privati e istituzionali dovrebbe essere replicata
quest'anno.
    "E' un obiettivo che - stando anche alle indicazioni
sull'attività nei primi due mesi del 2017 - è a portata di mano,
e forse potrebbe risultare alla fine anche troppo conservativo,
nonostante i numerosi fattori di incertezza, interna, europea e
globale, soprattutto di natura politica", commenta Fedele De
Novellis, economista di Ref. 
    Il punto però è che un simile livello di crescita non è
sufficiente a stabilizzare il debito pubblico, che la
Commissione europea si aspetta in nuovo aumento al 133,3% del
Pil, se il deficit resterà stabile al 2,4%, come prevedono
governo e Bruxelles.
    Il deflatore del Pil nel 2016 si è attestato allo 0,8%.
L'indicatore riflette le variazioni di prezzo e sommato al Pil
reale compone il Pil nominale, cioè il denominatore utilizzato
per calcolare il rapporto sul debito.
    "Difficilmente accelererà quest'anno", secondo De Novellis,
"perchè la risalita dell'inflazione che stiamo osservando in
questi primi mesi è imputabile essenzialmente alle materie prime
che l'Italia importa e non contribuisce al deflatore. Con un
deficit oltre il 2% e un Pil nominale che non arriva al 2%,
inevitabilmente il debito sale".
    Ecco quindi la richiesta di Bruxelles di correggere dello
0,2% il saldo strutturale di quest'anno, per evitare una
procedura d'infrazione per debito eccessivo, richiesta che il
governo italiano si è impegnato ad ottemperare entro aprile.
    Restando sul fronte dei conti pubblici, l'avanzo primario
(indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in
rapporto al Pil, è stato pari all'1,5% (1,4% del 2015). La
pressione fiscale è scesa al 42,9% dal 43,3% del 2015.
    Le entrate totali si sono attestate al 47,2% del Pil dal
47,8% del 2015. Le uscite totali sono scese al 49,6% dal 50,4% 
dell'anno precedente.
    
    BICCHIERE MEZZO PIENO
    Il quadro fornito da Istat comprende elementi che segnalano
una progressiva normalizzazione dell'economia italiana.
    "Tornare a crescere e aggiustare i conti: non è facile ma
Istat conferma che stiamo ottenendo entrambi i risultati",
rivendica il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan,
commentando i dati su Twitter.
    "La crescita - prosegue Padoan - è ancora troppo lenta, come
prima della crisi. Per creare occupazione e benessere dobbiamo
liberare energie realizzando riforme". 
    La nota più positiva viene dagli investimenti, cresciuti di
2,9% dopo 1,6% nel 2015. "In particolare -- sottolinea De
Novellis -- la crescita degli investimenti in macchinari ha
sfiorato il 4%. Questo vuol dire che ci sono dei settori che si
sono riattivati dopo la lunga crisi".
    Anche dall'export sono arrivati segnali leggermente migliori
di alcune previsioni, con un aumento delle esportazioni del
2,4%, contro +2,9% delle importazioni. 
    La domanda estera netta ha sottratto lo 0,1 punti alla
crescita del Pil, mentre le scorte hanno tolto 0,5 punti. La
crescita è arrivata dunque tutta dalla domanda interna: per 0,8
punti dai consumi delle famiglie, per 0,5 punti dagli
investimenti e per 0,1 dalla spesa pubblica. 
    Quest'anno, a detta degli economisti, lo schema dovrebbe
cambiare, con le famiglie che potrebbero mostrare una maggiore
prudenza negli acquisti e un export che dovrebbe invece dare un
contributo significativo, anche grazie alla debolezza dell'euro.
    
      
    
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